Fitoussi: l’isola può farcela con formazione e turismo
L’economista francese critica la politica di austerity dell’Ue: deprime la società «Sui sardi pesano ancora molto la precarietà e la disoccupazione giovanile»
SASSARI. La felicità conta più del Pil. A sostenerlo non è un filosofo idealista, ma il più rigoroso degli economisti Jean Paul Fitoussi. Il presidente del consiglio scientifico dell’Institut d'études politiques di Parigi e membro del Consiglio di analisi economica del primo ministro francese domani sarà in Sardegna per presentare il Social impact investing, promosso dalla Regione.
Fitoussi è quasi un eretico tra gli economisti. Critica la politica di austerity dell’Ue. E sostiene da tempo che il pil non sia uno strumento corretto per misurare lo stato di salute di un’economia, ma che il benessere debba essere il reale termometro. Istruzione, lavoro, salute, i punti cardine di una società che voglia crescere. Ma Fitoussi non è un teorico lontano dall’economia reale. Dimostra di conoscere bene la Sardegna e le sue debolezze strutturali.
Come si possono aiutare le aree economicamente depresse come la Sardegna?
«Per me è quasi elementare trovare i settori in cui si deve investire in Sardegna. L’educazione e le nuove tecnologie. Significa spendere su ricerca e sviluppo. Ma non solo. Si deve investire nel capitale umano e nel turismo. Credo che l’industria delle vacanze sia una fonte di reddito già importante, ma che deve crescere ancora in Sardegna. Ma deve avere un’economia diversificata. È dimostrato che queste resistono in modo maggiore agli choc macroenomici. Si deve avere anche un programma di sviluppo».
La Sardegna vive una grande contraddizione Ha un'economia fragilissima, basso Pil, alta disoccupazione, giovanile in particolare, alto indice di emigrazione, giovanile. Ma è anche l'isola dei centenari. Uno dei posti nel Mediterraneo dove si vive più a lungo. In sintesi la Sardegna è una terra del benessere o del malessere?
«In Sardegna ci sono ancora grandi contraddizioni. Sulla sua economia pesano la precarietà e la disoccupazione giovanile. A questo si deve aggiungere che è una regione invecchiata. Dobbiamo lavorare proprio per invertire questa tendenza».
Lei sostiene che il Pil non sia un efficace misuratore della crescita di una società, non si sente un economista eretico?
«Non so se posso dire che sono eretico, ma quello del Pil è un problema di misura. Dobbiamo sapere cosa misuriamo. Anche il terrorismo fa crescere il Pil, perché comporta maggiori spese per controlli, per pagare più forze dell’ordine e più misure di sicurezza. Ma questa crescita del Pil porta maggiore benessere sociale? No. La risposta è ovvia. Abbiamo bisogno di avere diverse misure per capire quello che avviene nella società. Abbiamo bisogno anche di indicatori di benessere. Questo evita ai governi di sbagliarsi nelle politiche che portano avanti. Se c’è una politica che permette di far aumentare il Pil e fa decrescere il benessere ci si deve pensare prima di attuarla. Per esempio secondo alcuni economisti il lavoro flessibile fa crescere il pil. Io credo che al contrario introduca un grado di incertezza tra i lavoratori che sia negativo per il benessere e quindi per l’economia».
Lei verrà in Sardegna nei prossimi giorni per promuovere un'iniziativa il Social Impact Investing che spinge a finanziare le imprese a impatto sociale. È la nuova strada per la crescita economica?
«Sono convinto che sia un’ottima iniziativa. Investire significa costruire il futuro. La redditività dell'investimento, se non è sbagliato, è largamente sufficiente per rimborsare i prestiti. Soprattutto quando il tasso di interesse è così basso».
Sostiene che l'Europa della austerità debba lasciare il passo a quella degli investimenti. È sempre convinto sia la strada da seguire?
«Io credo che l’austerità in un periodo di stagnazione sia la peggiore delle politiche. Perché ha un effetto diretto sulla disoccupazione. La fa crescere e impedisce la crescita egli investimenti. Non dà la possibilità di costruire un futuro e porta alla sofferenza sociale. Non si è mai ridotto il debito pubblico con le politiche di austerità. La Germania non ha avuto politiche di austerità. L’ha solo preteso dagli altri. Dunque sono politiche sbagliate perché non raggiungono l'obiettivo, al contrario distruggono il capitale economico, il capitale umano e il capitale sociale. Le politiche di austerità hanno fatto abbassare del 15% la ricchezza delle nazioni europee».
In passato ha parlato del pericolo dei populismi e del loro potere persuasivo sulle masse. Mi pare che l'elezione di Trump confermi la sua analisi. Cosa ne pensa?
«Trump è un fenomeno nato dal fatto che la maggior parte degli americani è stata esclusa dalla crescita economica. Poveri e precari non sono diminuiti, ma dopo la crisi, nel 2011, il 95 per cento della crescita è andata all'uno di per cento della popolazione, la più ricca. Trump è il simbolo di questa rivolta sociale. La stessa che si vive in Europa, in particolare nei paesi dell’Est. Ma anche qua in Francia il Fronte Nazionale è il primo partito. Se i governi continueranno con la politica di austerità saranno responsabili della scomparsa della democrazia».
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