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Giallo di Nule, il papà di Stefano ai presunti killer: «Parlate, due prove vi inchiodano»

di Nadia Cossu
Giallo di Nule, il papà di Stefano ai presunti killer: «Parlate, due prove vi inchiodano»

Marco Masala si rivolge a Paolo Pinna e Alberto Cubeddu, in carcere accusati dell’omicidio: «Dovete farci sapere che fine ha fatto, abbiamo il diritto di poter piangere sulla sua tomba»

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NULE. Quella promessa fatta alla moglie sul letto di morte è un pensiero che non lo abbandona. Giorno e notte gli torna in mente la sua voce flebile: «Promettimi che riporterai Stefano a casa». E la parola data alla compagna di una vita e alla madre dei propri figli non può essere disattesa.

Esattamente sei mesi fa Carmela Dore – mamma di Stefano Masala, il trentenne scomparso da Nule il 7 maggio del 2015 – moriva nella sua casa di Nule. Se ne andava nelle stesse ore in cui i carabinieri arrestavano i due giovani ritenuti responsabili dell’omicidio di Stefano: Paolo Pinna, 18 anni, di Nule, e Alberto Cubeddu, 21 anni, di Ozieri.

«Stiamo lottando con tutte le forze che ancora ci restano – dice oggi Marco Masala, marito di Carmela e padre di Stefano – per mantenere quell’impegno a riportare mio figlio a casa e a dargli una sepoltura. Siamo sicuri che la Provvidenza ci aiuterà e abbiamo grande fiducia nel lavoro che da mesi stanno facendo le due Procure della Repubblica di Sassari e di Nuoro».

Ma Marco sa molto bene che tutto questo potrebbe non bastare e la sola idea che la promessa fatta alla moglie Carmela cada nel vuoto gli lacera l’anima, più ancora di quanto già non lo sia. Per questo sceglie di parlare a Pinna e Cubeddu, ancora una volta. Si rivolge al primo: «L’ultima volta è stato visto insieme a te, e allora ci devi dire che fine hai fatto fare a Stefano». E poi passa al secondo: «Tu, invece, hai incendiato la sua macchina, quindi sai bene dove si trova mio figlio. Allora parla».

Sono appelli forti, diretti ai due giovani che in questo momento si trovano rinchiusi in carcere (Pinna in quello minorile di Quartucciu e Cubeddu in quello nuorese di Badu ’e Carros) e che presto saranno processati perché ritenuti i presunti colpevoli di due delitti: quello di Stefano e quello dello studente di Orune Gianluca Monni.

Marco Masala si riferisce ai testimoni oculari sentiti dagli investigatori durante le indagini: due avrebbero detto di aver riconosciuto Paolo Pinna in auto con Stefano. Un altro (del tutto ignaro di quanto era successo) ha invece raccontato agli inquirenti di aver accompagnato Cubeddu a incendiare la famosa Opel Corsa di Stefano usata per raggiungere Orune l’8 maggio, giorno in cui è stato ucciso a fucilate Gianluca Monni. E proprio per via di questa testimonianza ha subìto pesanti minacce.

«Ancora non vi decidete a parlare? Credo che già queste due cose bastino per dimostrare il vostro coinvolgimento. Tantissima gente è con noi e ringraziamo tutti per la solidarietà e la vicinanza. Ma il vostro destino invece – aggiunge Marco Masala – sarà l’isolamento completo. Per questo cercate di salvare almeno l’anima».

Le parole di Marco Masala sono indirizzate anche alle figure che ruotano intorno a questi due ragazzi, ai familiari per esempio. Non lo dice direttamente, non fa mai nomi, neppure quelli dei due giovani che secondo gli inquirenti avrebbero ammazzato suo figlio. Ma è chiaro che l’ intento è anche quello di scuotere le coscienze degli adulti: «Abbiamo tutto il diritto di versare lacrime sulla tomba del nostro Stefano».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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