La Sardegna del domani nell’opera di Simon Mossa
Una visione sempre moderna e ancora attuale, dall’architettura alla politica Brigaglia: «Creatività non comune». Bandinu: «Guardava avanti senza utopie»
SASSARI. C'è chi sostiene che, con largo anticipo, avesse già previsto la crisi dell'industria, chi ne vede il padre del moderno sardismo e l'anticipatore di tanta parte del dibattito politico attuale. Ma c'è anche chi dice di essere convinto che se fosse vissuto più a lungo, la Sardegna sarebbe migliore anche dal punto di vista architettonico. Di certo c'è che Antonio Simon Mossa, per dirla con le parole di Manlio Brigaglia «aveva una creatività non comune che riusciva a esprimere con qualsiasi strumento avesse a disposizione». Nel centenario della nascita, la figura di uno degli intellettuali sardi più prolifici del Novecento, è stata celebrata ieri dal partito Sardo d'azione, durante un partecipato convegno nel Palazzo di Città. Un qualificato parterre di storici e studiosi, moderati dal giornalista Piergiorgio Pinna, ha ripercorso la vicenda politica e artistica di Antonio Simon Mossa analizzando in dettaglio le diverse componenti della sua esperienza intensa, se pur breve, testimoniata da un ricchissimo archivio privato ancora tutto da scoprire, che permetterà - è opinione degli studiosi - di riscrivere buona parte delle vicende politiche e culturali degli ultimi decenni. Una rivisitazione storica che ben si adatta al nuovo corso politico avviato dai Quattro Mori se è vero, come dice il segretario nazionale Christian Solinas, che «Simon Mossa è parte integrante di quel pantheon laico che a distanza di tempo conserva un valore simbolico a cui vogliamo rifarci per rilanciare le sfide future contando su radici solide». Radici che affondano nella storia degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, quando Simon Mossa, reinterpretando in chiave moderna la lezione dei padri fondatori del sardismo, d'intesa con Camillo Bellieni, anticipa quei temi che sarebbero stati al centro della politica negli anni a venire. «Senza Simon Mossa - spiega infatti lo storico Federico Francioni - non si può comprendere il vento sardista degli anni Ottanta che spinse Mario Melis alla presidenza della Regione». La questione linguistica, l'idea di una Sardegna indipendente ma federata, le rivendicazioni identitarie sono alla base di quel neo sardismo varato da Mossa in anni difficili. Creatività e innovazione che l'intellettuale sardista, architetto, espresse in diversi ambiti, uno fra tutti il progetto del Museo delle tradizioni popolari di Nuoro, concepito come un piccolo borgo sardo trasposto sul colle Sant'Onofri. «Progetto che per i tempi era all'avanguardia - ha detto Paolo Piquereddu, per trent'anni direttore del museo nuorese - che testimonia l'idea coraggiosa di un museo vivo progettato come luogo espositivo, ma anche di incontri, con auditorium e sale per conferenze».
Simon Mossa lascia un'eredità culturale e politica di notevole spessore, lui che nella travagliata stagione degli anni Sessanta aveva un'idea chiara di ciò che doveva essere la Sardegna perché «sapeva guardare avanti - ha spiegato l'antropologo Bachisio Bandinu - non per questo era visionario e utopista, anzi, aveva una visione alta, europea a cominciare dalla questione della lingua». Di questo si può avere riscontro anche esaminando i documenti del suo archivio sconfinato, che il figlio Pietro ha messo a disposizione degli studiosi. Dove si scopre il Mossa cineasta e scrittore, musicista e disegnatore, che si affiancano all'architetto e politologo. Diversi gli interventi, dall'amico personale, nonché biografo, Giampiero "Zampa" Marras, alla studiosa di cultura catalana Claudia Soggiu, dal sociologo Salvatore Cubeddu a Joan Elies Adell Pitarch, rappresentante del governo catalano. Ancora Andrea Faedda, Mariangela Sai (Mastros e Segni), il giornalista Gibi Puggioni e Giovanni Columbu, presidente del Psd'Az.
Gli onori di casa sono toccati al sindaco Nicola Sanna e al presidente del Consiglio regionale Gianfranco Ganau.
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