Una carta più agile per la rinascita dei Comuni sardi
Sanna: da 33 anni aspetto che si attui questa riforma Bruno: in Italia c’è un’esigenza di semplificazione
SASSARI. In questi 9 anni il Pd quasi mai è riuscito a parlare la stessa lingua. Anime, correnti, rotture hanno contraddistinto la storia dem anche nell’isola. Il referendum sembra essere riuscito a rimarginare ferite, ricomporre fratture. Anche in quei comuni dove spesso i democratici governano e allo stesso tempo fanno opposizione. In vista del 4 dicembre il Pd sardo sembra tutto orientato verso il Sì. E un sostegno convinto alla riforma arriva dai suoi sindaci. A partire dal primo cittadino di Sassari, Nicola Sanna, già cuperliano, che una settimana fa ha diviso il palco del teatro Verdi col premier Matteo Renzi. «Nel 1983, l’anno prima della morte di Berlinguer, facevo parte della delegazione sarda al congresso nazionale del Pci – racconta –. Fu approvato un ordine del giorno con una nostra proposta che prevedeva di trasformare il Senato in una Camera delle regioni. Sono 33 anni che aspetto questa riforma, sento una forte motivazione». Sanna, dunque, non sembra mostrare dubbi. «Finalmente si danno risposte che si aspettano da anni. A partire dalla riduzione del numero dei parlamentari, che verranno adeguati alla popolazione italiana. È assurdo che gli Stati Uniti, 300 milioni di abitanti, abbiano 300 parlamentari e noi, 60 milioni, raggiungiamo quasi quota mille. Abbiamo davanti un’occasione unica: il Senato ha votato una riforma che prevede la sua eliminazione. Una cosa che non accadrà più, perché in caso di vittoria del No i senatori si farebbero scudo della volontà popolare». Anche quello del sindaco di Oristano, Guido Tendas, è un Sì convinto. «Non è più accettabile che si verifichino situazioni come la bocciatura della legge Madia. Pensavamo che quella riforma potesse far funzionare meglio la burocrazia comunale, invece ora dobbiamo ricominciare tutto daccapo». Tendas ha qualche riserva sulla scelta dei nuovi senatori. «Da sindaco avrei preferito che a sceglierli fosse il Consiglio delle autonomie locali e non il Consiglio regionale, ma nell’insieme è una buona riforma. Che non va a intaccare la specialità dello statuto sardo. Anzi proprio la riforma potrà essere una sfida da cogliere per attuare quella specialità che la Sardegna in 70 anni non ha saputo usare». Non ha la tessera del Pd, anzi dal suo ex partito era stato cacciato quando decise di candidarsi alla guida di Alghero, ma sul Sì Mario Bruno e i dem hanno incrociato di nuovo le loro strade. «In Italia c’è un’esigenza di semplificazione. Eliminare il bicameralismo perfetto significa che il Parlamento potrà iniziare a parlare meno e legiferare di più. È un passo avanti verso la modernità, mantenendo intatta la prima parte della nostra Costituzione. Purtroppo il referendum, con colpe da entrambe le parti, è stato trasformato in una consultazione su Renzi. Ma bisogna ragionare sul merito. E dire Sì senza alcun dubbio».
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