Pigliaru: «C’è malcontento saremo ancora più incisivi»
Il presidente si era speso a favore del Sì e l’opposizione chiede le dimissioni Il centrosinistra punta a rilanciare l’azione di governo con una giunta rinnovata
CAGLIARI. I moltissimi padri della vittoria schiacciante del No, anche se non proprio tutti, hanno cominciato a tirarlo per la giacchetta dalla mezzanotte di domenica in poi. Quando le urne erano ancora calde e Renzi s’era già dimesso, il governatore Francesco Pigliaru, che a favore del Sì ci aveva messo la faccia, ha finito per essere anche lui un bersaglio.
Botta e risposta. La replica, anzi il commento del presidente della Regione, è arrivato nel tardo pomeriggio di lunedì. Con la notizia nelle ultime righe del comunicato, cioè: l’avvio ufficiale della verifica politica in maggioranza, definizione da lui sempre preferita al più comune rimpasto. «Servono decisioni immediate e profonde – scrive – a cui lavorerò con la mia maggioranza sin dai prossimi giorni». n due parole: da subito. All’inizio della nota, invece l’analisi del voto: «È stato – ricorda – (solo) su una proposta di Governo per riformare alcune parti della Costituzione. Una proposta che io ho condiviso perché ritengo che avrebbe semplificato il sistema Italia e non avrebbe messo a rischio la nostra autonomia». Per proseguire: «Altri nella mia stessa Giunta e nella nostra coalizione avevano un’opinione diversa dalla mia. Così, come ora lo sappiamo, la grande maggioranza degli italiani e la stragrande maggioranza dei sardi, che hanno dato un giudizio severo e inequivocabile sulla riforma» Per concludere: «Non posso che prenderne atto, a maggior ragione di fronte a una partecipazione alta e appassionata che rivela anche un malcontento diffuso e la domanda di azioni più incisive per migliorare la vita delle persone. Molte riforme importanti, attese da anni, le abbiamo fatte. Altre dovranno essere decise al più presto».
Nel mirino. Seppure di riflesso e per tutto il giorno, lo è stato per gran parte dei suoi storici alleati, schierati però in massa sul fronte opposto. E, ancor di più, è finito, com’era ovvio, nel mirino dei suoi molti nemici, i soliti e anche qualcuno di più. Da questo mondo fin troppo variegato, verso il presidente della Regione è stato lanciato di tutto. Dalla richiesta forte di dimissioni immediate fino ad arrivare a quella più soft: «Deve prendere atto della volontà dei sardi e trarne le conseguenze». Le conseguenze non saranno certo le dimissioni del governatore, l’apertura di una crisi al buio o il ritorno con due anni d’anticipo ai seggi: se la sua scelta fosse stata questa, il primo a esagerare sarebbe stato proprio lui. Perché comunque il voto di domenica era su una riforma voluta dal Governo che a Pigliaru piaceva eccome, e non su una delle tante (criticate e qualche volta poco capite dalla gente) che la sua Giunta ha realizzato e il Consiglio regionale approvato sempre a maggioranza.
Il peso. Comunque sia Pigliaru la sconfitta domenicale dovrà per forza caricarsela sulle spalle. Lui stesso, nella nota ufficiale, ha scritto «oggi servono decisioni immediate e profonde». Una delle prime dovrà essere certo l’avvio del rimpasto in Giunta, o per dirla come piace al governatore, della verifica politica. Che ci fosse questa necessità, anche se non è con il cambio di tre o quattro assessori muteranno le sorti della Sardegna, lo si sapeva molto prima del referendum. Solo che la spallata arrivata per interposta persona dagli elettori a Pigliaru e soprattutto al Pd, il partito di maggioranza relativa che lo ha candidato nel 2014, ha accelerato i tempi.
Gli effetti. Il No a valanga, in Sardegna; ha provocato anche altro nelle stanze della Regione. Ha ridotto all’improvviso la forza del presidente di essere lui a decidere quando aprire le danze, come tra l’altro ha fatto sempre nelle ultime false partenze di quella che finora è stata solo una verifica a singhiozzo. Oggi la pistola dello starter non è più nelle sue mani: sono gli elettori ad aver sparato il colpo decisivo. L’avviso arrivato dai seggi, ed è il secondo dopo la sconfitta alle amministrative di giugno, non ammette altre attese e neanche riflessioni lunghe o complicate. Perché al di là dei contenuti stretti del referendum, domenica rabbia, malcontento e insoddisfazione hanno travolto non solo Renzi, non solo il Pd ma anche la Regione. E questa potrebbe essere stata l’ultima chiamata, per rilanciare l’azione di governo, in Sardegna, spiegare meglio quanto è stato fatto dal 2014in poi e quanto si vuole fare fino al 2019. Semmai con qualche faccia nuova fra gli assessori e di sicuro con progetti in cui i problemi quotidiani dovranno essere al primo posto. Per i gradi progetti ci sarà sempre tempo, perché la bomba esplosa domenica è stata innescata, ancora una volta, dal terrore dei sardi di non farcela ad arrivare a fine mese.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
