L’agroalimentare sardo non usa il web
L’isola è in coda alla classifica dell’anagrafe di internet. La rete viene utilizzata per fini commerciali da poche aziende
SASSARI. È uno dei settori che dovrebbero trainare l’economia ma l’agroalimentare sardo non è al passo con i tempi. Lo sostiene una ricerca di “Registro.it”, l’anagrafe dei domini internet registrati in Italia che, in collaborazione con l’Università di Pisa e Infocamnere, ha indagato il digital divide (il divario tra chi ha accesso a internet e chi ne è escluso) rispetto al commercio agroalimentare. I numeri sono impietosi: in Lombardia 13.601aziende sono attive e rintracciabili attraverso i mezzi garantiti dai nuovi media mentre in Sardegna sono appena 1653, un dato che piazza l’isola in coda alla classifica.
La imprese censite sono state divise in dodici categorie tra cui il lattiero-caseario, l’allevamento, la pesca, l’enologia e la ristorazione, compresa quella garantita dagli agriturismo. E proprio i ristoranti mettono in mostra il divario: su più di 5mila attività appena 583 hanno un sito internet. Più connessi, ma non troppo, gli agriturismo: su meno di novecento attività, 280 hanno un sito internet. I numeri, poi, diminuiscono fino quasi a scomparire, anche se con motivazioni differeenti. Le aziende vitinicole rintracciabili sul web sono 179. Tante, forse troppe, ma il dato deve essere letto senza dimenticare la possibilità che un’unica azienda possa avere più siti. Poi, il deserto della comunicazione. Le imprese che lavorano con i farinacei, compresi i panifici, sono appena 150. Chi si occupa di coltivazioni dirette non è molto attivo sul versante virtuale, infatti i siti internet a sfondo prettamente agricolo sono appena 98, nonostante la rete possa offrire la possibilità di essere raggiunti da un grande numero di clienti potenziali. Se i contadini sono restii, gli allevatori lo sono di più. Gli allevamenti affacciati sulle finestre virtuali del net sono appena 64 sulle 20mila aziende censite nel 2010.
Chi produce olio soffre dello stesso male, seppure con un divario percentuale più basso rispetto a quello registrato negli allevamenti dato che i siti registrati con un dominio “.it” sono solo 43. Nella commercializzazione delle carni, quindi anche le macellerie, sono solo 26 quelle che sono rintracciabili, o che fanno affari, sul web. Online ci sono poi 67 imprese impegnate nel settore lattiero, 32 aziende che producono bevande e solo 29 aziende che si occupano della pesca sono in pista anche su internet. Mentre nelle altre regioni d’Italia ci si ingegna per trovare nuove attrazioni che possano solleticare la fantasia dei clienti, e nuove forme di comunicazione, in Sardegna e in gran parte del sud internet è ancora un oggetto misterioso.
E le vetrine online non sono certo vettori che cancellano la tradizione. Anzi. Capita così che mentre nell’isola su 20mila aziende che si occupano di allevamento appena 64 guardino al web, nel resto d’Italia ci sono allevamenti informatizzati che, oltre a inviare il formaggio a domicilio, concedono ai clienti un giochetto che rende dal punto di vista dell’immagine: chi acquista una forma può dare il nome a una pecora, di cui riceverà la foto. Sciochezze? Forse, ma da non sottovalutare nell’era in cui tutto è social. Anche le pecore.
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