La Nuova Sardegna

IL cappellano

«Clima sereno, nessun contatto»

Don Geatano Galia azzera il rischio di reclutamento tra i detenuti

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SASSARI. Se nel carcere di Bancali sono rinchiusi alcuni dei terroristi più pericolosi al mondo, la comunità carceraria non ne è affatto turbata. «Si tratta di detenuti islamici particolari – dice il cappellano dell’istituto penitenziario di Sassari Don Gaetano Galia – sottoposti a un regime molto restrittivo. Non hanno alcun contatto con gli altri reclusi e dunque nemmeno la possibilità di fare proseliti. Il clima a Bancali è sereno, e non credo possa diventare terreno fertile per la jihad o il fanatismo religioso. Il carcere certamente è un luogo di deprivazione e di raccolta del disagio. E come tale rende le persone più fragili e vulnerabili: si tende insomma a cercare protezione. Ma nè più e nè meno come in altri contesti della società, come un quartiere degradato, un ghetto o via dicendo. Con la differenza che in carcere il monitoraggio è rigoroso e le regole sono ferree. Quindi è difficile trasformarlo in un bacino di reclutamento per aspiranti estremisti».

In più, strano a dirsi, gli istituti penitenziari e la coabitazione forzata, finiscono per mettere in secondo piano i potenziali attriti religiosi. «Da questo punto di vista non avverto contrapposizioni – dice Don Galia – i detenuti musulmani parlano tranquillamente con me, perché i bisogni quotidiani e le esigenze materiali, spesso ti fanno mettere da parte diffidenze e fastidi. Anche tra i detenuti con un credo differente sembra viga una sorta di rispetto reciproco. Prevale la solidarietà comune in una situazione difficile. E c’è meno razzismo in carcere che in altri contesti». (lu.so.)

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