La Nuova Sardegna

Sporca, poca e imbevibile l’acqua è la croce dei sardi

di Giovanni Bua
Sporca, poca e imbevibile l’acqua è la croce dei sardi

Oltre 700 ordinanze di non potabilità. Sassari maglia nera davanti a Siniscola

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SASSARI. Oltre settecento tra ordinanze di non potabilità e avvisi di interruzione della fornitura negli ultimi 6 anni. Che hanno riguardato più della metà dei Comuni e l’80 per cento della popolazione sarda. Schiacciata da un diabolico combinato di acqua “di partenza” (per la massima parte da invasi artificiali) di qualità infima, potabilizzazione spinta all’eccesso, reti obsolete e comunicazione istituzionale da parte di Comuni e Abbanoa mal gestita e peggio diffusa. Con i sardi che, dati Istat, sono la popolazione in Italia che ha meno fiducia nella propria acqua, e finiscono per approvvigionarsi in maniera alternativa e non sicura (le fonti) o dannosa per l’ambiente (l’acqua imbottigliata), senza mettere inoltre al sicuro la propria salute.

La ricerca. Un vero caso che, tra rabbia della popolazione e scaricabarile quotidiano tra enti e istituzioni, ha finito per attirare l’attenzione della comunità scientifica, diventando un caso di studio a livello nazionale con un lavoro recentemente pubblicato sulla rivista “Annali di Igiene” da un gruppo di ricercatori dei Dipartimenti di Architettura e di Scienze Biomediche dell’università di Sassari. Prima firma Marco Dettori, ricercatore di Igiene del Dadu, poi Antonio Azara, Andrea Piana, Paolo Castiglia e Erika Loria.

Acqua sporca. «Il lavoro – spiega Dettori – parte da una ricerca sul rapporto tra ambiente, acqua e salute. E vede la Sardegna, per le sue peculiarità, protagonista. L’Isola è caratterizzata da un’atavica condizione di carenza idrica e un diffuso degrado qualitativo delle risorse. Ai problemi quantitativi si è cercato nel secolo corso di porre rimedio con la realizzazione di numerose e imponenti opere di regolamentazione dei corsi d’acqua, per cui l’approvvigionamento idrico deriva in massima parte (75%) da acque superficiali immagazzinate e regolate da invasi artificiali».

Potabilizzazione spinta. «L’utilizzo di queste acque superficiali – spiega Dettori – viste le scadenti caratteristiche, esige trattamenti di potabilizzazione complessi e articolati in numerose fasi. Questo genera diverse difficoltà oltre ad alti costi di esercizio e di manutenzione e porta ad alterazioni delle caratteristiche organolettiche e qualitative dell’acqua».

Rete colabrodo. «A ciò si deve sommare una rete datata e inefficiente – spiega il ricercatore sassarese – che crea problemi qualitativi, e dispersioni assurde, che in Sardegna valgono ben oltre il 50% dell’acqua condottata».

Le ordinanze. Risultato: più della metà dei Comuni sardi sono stati interessati da comunicazioni sull’acqua durante gli anni di osservazione, con oltre l’80% della popolazione coinvolta. Capofila incontrastata Sassari, con 52 segnalazioni, seguita da Siniscola (36), Sorso e Irgoli 16, Porto Torres e Guspini 14, Olbia e Dolianova 13, e via così fino ad arrivare ai 191 Comuni toccati. Dati in crescita, con i territori coinvolti che sono saliti dai 25 del 2010 ai 110 del 2014, e le ordinanze da 29 del 2010 a 256 nel 2014.

I cloriti. A far la parte del leone tra le cause di non potabilità l’eccesso di alcuni sottoprodotti della disinfezione come cloriti e trialometani, oltre ai fenomeni di torbidità. Sul banco degli imputati sicuramente rete e bacini, dunque. Ma anche la potabilizzazione, con i “disinfettanti” che infettano acqua e condotte e sono ormai difficilmente eliminabili dal panorama delle acque distribuite.

Basta deroghe. Non che il problema sia nuovo, anzi. «La Regione – spiega Dettori – ha usufruito di deroghe ministeriali proprio a causa di elevati valori di cloriti e trialometani nelle acque potabili. Dal 2012, anno in cui è cessata la possibilità di utilizzare la deroga, il numero di ordinanze è esploso».

Parliamoci. Le soluzioni? «Non esiste la bacchetta magica – chiude il ricercatore del Dadu – ma tante piccole e grandi buone pratiche da mettere in campo contemporaneamente. Investimenti sulle reti, la depurazione e la potabilizzazione innanzitutto. Ma anche sulla comunicazione. Spesso è impossibile capire quando un’ordinanza o un lavoro inizia, o finisce. O quali sono i parametri fuori norma. La gente si scoraggia o smette di preoccuparsi, e questa sfiducia finisce per aggravare i problemi invece che aiutare a risolverli».

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