Cambio di sesso per tre trans: a giudizio un chirurgo di Quartu
CAGLIARI. Si sentivano donne, volevano diventarlo, ma gli interventi chirurgici di «rassegnazione di sesso» eseguiti al Policlinico Umberto primo da un medico di Quartu Sant’Elena tra il 2011 e il...
CAGLIARI. Si sentivano donne, volevano diventarlo, ma gli interventi chirurgici di «rassegnazione di sesso» eseguiti al Policlinico Umberto primo da un medico di Quartu Sant’Elena tra il 2011 e il 2013 sono falliti, costringendo tre transgender affetti da disturbo di identità di genere alla condizione di persone asessuate. Secondo la Procura, nella scelta di prelevare e coltivare le mucose del cavo orale dei pazienti per costruire l’apparato genitale femminile c’era la consapevolezza del rischio, perché si trattava di una tecnica sperimentale. Non solo: al contrario dei medici, i pazienti erano all’oscuro dei pericoli che correvano e mancava il parere preventivo del comitato etico.
L’inchiesta giudiziaria partita dalle denunce dei tre trans si è chiusa e dopo la richiesta del pm Maria Gabriella Fazi il gup di Roma Gaspare Sturzo ha rinviato a giudizio il chirurgo plastico Luca Andrea Dessy (43 anni) di Quartu, il primario Nicolò Scuderi (70 anni), nato a Catania e residente a Roma, e la dirigente del laboratorio Cinzia Marchese (58 anni) di Roma. L’accusa è di lesioni personali aggravate dall’indebolimento permanente di un organo, un reato che prevede una pena da sei a dodici anni di carcere. La prima udienza del processo pubblico è stata fissata per il 22 marzo del 2018, quando l’accusa e le parti civili patrocinate dagli avvocati Alessandra Gracis, Giorgio De Arcangelis e Gaetano Grieco potranno confrontarsi con gli imputati, i difensori Filippo Dinacci, Agostino Dessy e Francesco Scacchi affiancati dai loro periti. E’ un dibattimento che s’annuncia delicato per la complessità degli aspetti scientifici ed etici, legati a una materia in costante evoluzione anche sul piano giuridico.
Il procedimento penale si era chiuso una prima volta a marzo del 2015 con la richiesta di archiviazione da parte della Procura, che non aveva rilevato reati. In seguito il gip ha accolto l’opposizione delle parti civili e ha ordinato di approfondire alcuni elementi della vicenda che hanno condotto il giudice a ordinare la formulazione del capo d’imputazione.
Tutto nasce nel 2011, quando quattro trans si rivolgono uno dopo l’altro al Policlinico romano per chiedere di cambiare sesso. Gli interventi vengono programmati e Dessy, d’accordo col primario della chirurgia plastica, decide di eseguirli con una tecnica innovativa: il prelievo, la coltivazione e il successivo innesto di cellule della mucosa orale autologa, prelevata dal paziente. E’ una tecnica ammessa per le donne affette da un particolare disturbo, mentre non ha copertura legale nel caso di persone di sesso maschile. Dessy però ci prova lo stesso, con risultati che secondo i periti vanno considerati catastrofici. Scrive il pm nel capo d’imputazione che ai quattro pazienti, una volta asportato il pene, il chirurgo avrebbe dovuto costruire un organo femminile in grado di garantire rapporti sessuali completi. Così non è stato: a parte una serie di gravi anomalie anatomiche e funzionali, i tre trans si sarebbero ritrovati con «genitali non simili né a quelli di tipo maschile né a quelli di tipo femminile». Come dire: non più uomini ma neppure donne, una sorta di limbo - come lo chiama il giudice - difficile da accettare. Una condizione forse non irreversibile - come hanno sostenuto i consulenti della difesa - ma certo molto diversa dalle attese. Nel gennaio del 2014 Dessy aveva pubblicato su una rivista scientifica internazionale un resoconto degli interventi eseguiti dalla sua équipe al Policlinico romano come «una nuova tecnica operatoria».
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