Prima le donne poi arrivano i mariti
Il risultato delle indagini portate avanti nella prima fase, conclusa grazie alla collaborazione con la Coldiretti, ha permesso ai ricercatori di aprire uno squarcio in una realtà mai studiata finora
SASSARI. Il risultato delle indagini portate avanti nella prima fase, conclusa grazie alla collaborazione con la Coldiretti, ha permesso ai ricercatori di aprire uno squarcio in una realtà mai studiata finora. Nelle intenzioni degli organizzatori quello compiuto è infatti solo un primo passo: «Dopo questa prima fase della ricerca noi speriamo di poter continuare per approfondire e arricchire l’analisi con altre iniziative sul campo, perché pensiamo che lo studio di questo fenomeno possa offrire interessanti spunti sulle prospettive di sviluppo della nostra regione», spiega Mario Segni, presidente della Fondazione Segni.
La ricerca racconta le speranze di chi, bracciante o servo pastore, sogna di diventare imprenditore agricolo, con una propria azienda e altri lavoratori alle proprie dipendenze. Con questo obiettivo molti migranti si avvicinano al mondo della campagna. Accettando di fare un lavoro che i giovani sardi non solo rifiutano, ma che non prendono più nemmeno in considerazione. Per chi arriva dalla Romania, dall’Albania, dai Balcani o dall’Africa, invece quel lavoro così faticoso e antico è invece la porta d’ingresso del futuro. Un futuro che piace, che non è visto come una condanna, ma come un’opportunità. Un’occasione che cercano di sfruttare fino in fondo. Secondo l’indagine svolta dal progetto della Fondazione Segni, la manodopera straniera impiegata nelle aziende agricole e zootecniche della Sardegna è molto ricercata e apprezzata dagli imprenditori locali: sono lavoratori instancabili, molti hanno già un buon bagaglio professionale, e gli altri sono desiderosi di imparare e lo fanno alla svelta. È un discorso che riguarda soprattutto gli arrivi dall’est Europa. Sono proprio queste popolazioni che cercano e trovano nell’Isola una nuova casa dove trasferire tutta la famiglia o crearne una nuova. Più spesso sono le donne ad aprire la strada: sbarcano nell’isola e per lavorare come badanti, al servizio delle famiglie sarde, e poi si fanno raggiungere dal marito e dai figli, che trovano lavoro nelle aziende agropastorali. Oppure succede il contrario, ed è il marito ad arrivare per primo in Sardegna, sfruttando una rete di conoscenze in grado di sostituirsi a qualsiasi ufficio di collocamento. È così da vent’anni. Da quando le campagne dell’isola hanno iniziato ad accogliere servi pastori e braccianti arrivati da Paesi più poveri, dove realizzarsi svolgendo un lavoro umile è ancora fra i sogni di chi uno stipendio non ce l’ha. Alcuni, pochi in realtà, vedono il lavoro in Sardegna come un trampolino di lancio per poter tornare nel proprio paese e realizzare impresa dove sono nati, nei luoghi da dove sono stati costretti a emigrare per garantirsi un futuro. (v.g.)
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