La Nuova Sardegna

Vertenza accantonamenti La giunta vuole 120 milioni

È l’obiettivo dichiarato da Paci. Maninchedda: «Finalmente ci siamo svegliati» Il centrodestra non ci crede: «Nessun cambiamento, è una giunta debole»

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CAGLIARI. Tutti sarà difficile riaverli indietro, però almeno 120-150 milioni dovranno essere restituiti alla Sardegna. È questo l’obiettivo minimo e dichiarato dalla giunta nella nuova vertenza sui «troppi accantonamenti». Sono i soldi che lo Stato pretende ogni anno dalle Regioni per abbattere il debito pubblico nazionale. Come detto più volte dall’assessore al bilancio Raffaele Paci: «Se è giusto che la Sardegna partecipi al riequilibrio dei conti, certo non deve pagare un prezzo molto più alto di quello che può permettersi». Non se lo può permettere perché il costo della sanità, intorno ai tre miliardi, è tutto sulle sue spalle e poi dallo Stato non ha ricevuto mai un euro di rimborso per l’aumento dei «livelli di assistenza» negli ospedali, aggiornati di in anno in anno, o per i farmaci innovativi, come quelli che nel 2016 sono stati indispensabili contro l’epatite C. Rimborsi invece che alle altre Regioni arrivano sempre con puntualità, insieme ai finanziamenti per coprire le loro di spese sanitarie. Dopo la levata di scudi del presidente della commissione bilancio, Franco Sabatini del Pd, «lo Stato ci deve un miliardo», Paci ha ribadito che «siamo decisi a confrontarci e se serve a contrapporci con un governo che guarda alla forma ma mai alla sostanza». Frase ribadita anche dopo che Palazzo Chigi ha impugnato, davanti alla Corte costituzionale, l’assestamento di bilancio del 2016 e, a suo tempo, la Finanziaria regionale dello stesso anno. La nuova vertenza è già cominciata con il doppio ricorso contro le due ultime Leggi di stabilità nazionali, cioè quelle che obbligano la Sardegna a rinunciare a 684 milioni.

Il cambiamento. Dopo aver chiuso la vertenza entrate e firmato il Patto per contrastare l’insularità, la Regione pare non sia più disponibile a un rapporto solo di «leale collaborazione con lo Stato», era questa invece la strategia fino a pochi mesi fa. È colpa di Roma: ha ripreso a bersagliare la Sardegna, negandole anche i finanziamenti per far rinascere le Province. In altre parole fino a quando il governo s’è comportato bene, almeno secondo la giunta, i ricorsi sulle entrate sono stati ritirati anche se forse con troppa fretta. Ma da quando Roma è ritornata a essere arrogante, è ripartita la protesta . Sul suo blog l’assessore Paolo Maninchedda, presidente del Partito dei sardi, ha scritto: «Oggi, anche i colleghi di giunta più tiepidi, dopo aver sperimentato la slealtà strutturale, endemica, profonda, dolosa e ripetuta, del governo italiano, cominciano a parlare della necessità, e non più dell’opportunità, del conflitto con lo Stato». Una prima importante e decisiva scadenza sarà a maggio, quando la Corte costituzionale dovrà decidere sul ricorso contro gli accantonamenti del 2016. Se la Regione dovesse vincere, avrebbe di sicuro un’arma in più per contrastare lo strapotere romano. Anche se l’assessore Paci ha ribadito: «Comunque non possiamo essere trattati peggio delle altre Regioni. La nostra non è solo una battaglia finanziaria ma di giustizia».

Solo fumo. Il centrodestra non crede però al «mutato atteggiamento della giunta». Forza Italia l’ha scritto: «Finora Pigliaru e Paci, del quale chiediamo le immediate dimissioni, si sono dimostrati deboli e arrendevoli. Hanno ritirato i ricorsi, hanno firmato un accordo-patacca con il ministero dell’economia per la vertenza entrate e sottoscritto quel Patto zeppo di soldi fantasma. I sardi non si illudano: Pigliaru e Paci non sono diventati coraggiosi: hanno solo messo su un’altra sceneggiata». Per poi punzecchiare l’assessore sulle Finanziarie impugnate: «Ogni rilievo del governo per Paci è sempre solo una questione formale e tecnica. È assurdo se detto da chi finora s’è vantato di essere proprio un assessore tecnico».

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