Il dna dei sardi è unico in Europa È lo stesso dei loro avi nuragici

Lo studio dal team internazionale di Genetica è guidato da Francesco Cucca dell’università di Sassari Analizzato il Dna mitocondriale di 3.491 sardi moderni e confrontato con quello di 21 preistorici

SASSARI. I sardi hanno popolato l’isola già 8mila anni fa dopo le migrazioni dall’Oriente (Anatolia, Giordania, Israele) e dall’Occidente (Penisola Iberica). E la loro “stirpe” genetica, il loro corredo cromosomico tramandato per linea materna, si è modificato in tutti questi anni assumendo una forma unica, che esiste solo in Sardegna e che oggi è rintracciabile nel Dna dei sardi moderni.

Ecco perché, attraverso il confronto tra il corredo genetico degli uomini di oggi e di quelli preistorici, è possibile ricostruire la storia delle popolazioni europee e dei loro spostamenti attraverso il continente. È il contenuto della ricerca curata dal team internazionale guidato da Francesco Cucca, professore di Genetica medica all’università di Sassari e direttore dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Cnr che ha messo in luce nuovi dettagli sull’origine genetica della popolazione sarda, ma anche sulle migrazioni preistoriche che hanno coinvolto l’intera Europa. Lo studio è stato appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Molecular Biology and Evolution (Mbe).

La ricerca si è focalizzata sull’analisi della sequenza completa del genoma contenuto in piccoli organelli della cellula chiamati mitocondri. Tale genoma, denominato appunto mitocondriale, viene ereditato per via esclusivamente materna e contiene un registro dei cambiamenti della sequenza di Dna avvenuti nel tempo che risulta estremamente utile per ricostruire avvenimenti della preistoria. Lo studio integra sul versante dell’ereditarietà materna quanto era stato riportato in una precedente ricerca sulla popolazione sarda effettuata per via paterna sul cromosoma “Y” .

«Abbiamo analizzato campioni di Dna mitocondriale di 3.491 sardi moderni, rappresentativi di tutte le province dell’isola - spiega Francesco Cucca -, e di 21 sardi preistorici, estratti da siti archeologici datati da 4 a 6 mila anni fa. I dati molecolari ottenuti sono stati confrontati con un database mondiale di più di 50mila genomi mitocondriali moderni e circa 500 antichi, con l’obiettivo di chiarire l’origine dei sardi. I risultati hanno confermato l’unicità genetica di questa popolazione».

L’analisi molecolare ha anche permesso di calcolare da quanto tempo questi gruppi di persone sono presenti nell’isola ed è risultato che la loro presenza risale al Nuragico e al Neolitico con una quota piccola (circa il 3 per cento), ma secondo i ricercatori significativa, che mostra età chiaramente antecedenti all’arrivo dell’agricoltura nell’isola, circa 7.800 anni fa. «Questi nuovi dati gettano luce sull’origine dei primi sardi e sulla provenienza genetica ancestrale degli Europei in generale. La nostra analisi rivela che ci sono state migrazioni verso la Sardegna, sia da Oriente che da Occidente, che hanno interessato l’Europa Mediterranea a partire dal periodo post-glaciale e prima dell’avvento del Neolitico» aggiunge Anna Olivieri, ricercatrice dell’università di Pavia che assieme a Cucca ha messo a punto lo studio.

«Questa osservazione rappresenta l’evidenza genetica più chiara fin qui ottenuta di un popolamento della Sardegna durante il Mesolitico, che era finora prevalentemente sostenuto da alcuni ritrovamenti archeologici», dice Francesco Cucca. Quindi ciò che era stato osservato dagli archeologi adesso viene certificato dai genetisti.

Inoltre i due gruppi pre-Neolitici, denominati nella ricerca K1a2d e U5b1i1, hanno precursori genetici, rispettivamente nel Vicino Oriente e nell’Europa Occidentale. «Questo suggerisce che i primi abitanti della Sardegna provenivano da regioni geografiche differenti» aggiunge Cucca.

Scoperte importanti che saranno integrate con lo studio di moltissimi altri Dna di contemporanei ma soprattutto di Dna antichissimi. «Le nostre analisi apportano adesso un nuovo tassello al mosaico del popolamento dell’Europa, che si sta rivelando sempre più complesso e sfaccettato, specialmente nell’area Mediterranea» conclude Antonio Torroni, ricercatore dell’università di Pavia.

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