Diana: «Le Montblanc erano un premio»
Processo fondi ai gruppi, l’ex Pdl si difende dall’accusa di peculato e attacca i colleghi di partito
CAGLIARI. Le ormai famose penne Montblanc acquistate a Natale del 2010 non erano che un premio, un riconoscimento per «l’attivismo, l’impegno, l’iniziativa dimostrati dal gruppo Pdl, che aveva portato aria nuova in consiglio regionale elaborando 75-80 proposte di legge»: l’ha spiegato al tribunale Mario Diana, ex capo del gruppo di centrodestra, interrogato dai difensori Massimo Delogu e Pierluigi Concas su tutti i capi d’imputazione di cui deve rispondere, con accuse che vanno dal peculato al falso nel giudizio immediato per i fondi ai gruppi. Deciso a chiarire ogni aspetto della vicenda giudiziaria che gli è costata anche quattro mesi di custodia cautelare, Diana ha scaricato ogni responsabilità sugli ex colleghi dell’assemblea regionale, facendo nomi e cognomi. Parole sue: «Sono vittima di una colossale truffa, loro mi portavano fatture e le firmavo, non potevo certo essere io a controllare se corrispondessero alla realtà o no. Mi hanno imbrogliato, Carlo Sanjust col suo matrimonio, Sisinnio Piras coi convegni alla palestra di Villacidro, Onorio Petrini con i pezzi d’argento...». Una sorta di complotto, quello descritto davanti agli impassibili giudici del tribunale: i consiglieri del Pdl che spendevano a piacimento i fondi del gruppo e lui, Diana, che in buona fede metteva la sigla sugli assegni. Un complotto a largo raggio se ora Diana nega pure la destinazione dei libri preziosi che i carabinieri gli trovarono in casa, nel corso di una perquisizione: «Li ho comprati pagandoli in parte con soldi miei e in parte coi soldi del gruppo - ha insistito - ma non è vero che fossero destinati ai miei figli, chi ha scritto quelle cose nel contratto d’acquisto ha commesso un falso. Non è la mia scrittura, avrò anche sbagliato a comprarli ma quei libri sono proprietà del gruppo Pdl». Peraltro c’era anche una ragioen precisa che a sentire l’ex consigliere giustificava quell’acquisto: «Ero il solo capogruppo in consiglio regionale d’Italia che non percepiva un’indennità aggiuntiva per il ruolo di responsabilità». L’idea - già esposta al primo esame in tribunale - era stata di compensare coi libri quel mancato introito.
Quindi nessun reato, almeno nessun reato commesso da Diana: «A proporre di regalare le Montblanc fu la collega Simona De Francisci - ha riferito l’ex onorevole al presidente Giuseppe Pintori - conosceva già il tipo di penna, c’era quel tre per cento dei fondi che il regolamento prevedeva di destinare alle spese di rappresentanza. L’accettarono tutti tranne uno (Pietro Pittalis, ndr)». E gli altri acquisti, i televisori, gli orologi Rolex, gli argenti? Diana è stato categorico: «Mi hanno truffato». I colleghi consiglieri, i fornitori, chiunque abbia prodotto fatture prive di riscontro reale, contraffatto firme, contratti, quell’insieme di spese - quasi 200 mila euro - che il pm Marco Cocco gli contesta: «Io non ho intascato un centesimo - ha detto e ripetuto Diana - questo dev’essere chiaro a tutti, ho firmato assegni a richiesta di altri consiglieri. Era il segretario Alessandro Pusceddu a occuparsi degli acquisti, io mi limitavo a firmare, mi fidavo dei colleghi, non potevo sapere che cosa facessero dei soldi». (m.l)
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