Un’altra bomba a Torpè: donna anziana nel mirino
Famiglia per la terza volta sotto tiro: il figlio geometra ritenuto il vero bersaglio
Gli sciacalli sono tornati in azione, a quattro mesi dall’ultimo attentato. E ancora una volta la vittima è una persona anziana, secondo quella che a Torpè sembra diventata una consuetudine da un paio d’anni a questa parte: individuare un capro espiatorio per colpe, o presunte tali, che non lo sfiorano neppure, e intimidirlo a suon di bombe e fucilate. Mercoledì, poco dopo le 23, l’ultimo atto, quando un ordigno a basso potenziale è esploso davanti al portone di casa di Pierina Dalu Nieddu, una vedova di 82 anni, danneggiando l’ingresso e creando un grande panico in tutto il paese, dove il boato è stato sentito distintamente. Pare che un vicino di casa della donna, che abita al numero 28 di via Rossini, alla periferia del paese, dopo l’esplosione si sia affacciato alla finestra e abbia sparato in aria un colpo di fucile, per intimorire gli attentatori nel caso, peraltro improbabile, si trovassero ancora da quelle parti.
Pierina Dalu Nieddu, che al momento dell’attentato era sola in casa, ha avuto un malore. Si è accasciata per lo choc davanti ai primi soccorritori, ma si è ripresa rapidamente e ha rifiutato il ricovero in ospedale. È la terza volta in meno di un anno che la sua famiglia viene presa di mira con attentati via via più gravi per le possibili conseguenze, e sfrontati per la dinamica con cui vengono messi in atto: il 31 agosto 2016 era stata lanciata una molotov contro il portone dell’abitazione e poco distante era stata data alla fiamme una Renault Clio, appartenente al figlio Massimo Nieddu, che probabilmente è il vero bersaglio degli attentatori; l’8 ottobre era stata esplosa una fucilata contro una finestra che dà sulla strada: il proiettile, ad altezza d’uomo, aveva trapassato l’infisso in alluminio, mandato in frantumi un vetro ed era andato a conficcarsi in una parete. In quei giorni la donna dormiva da una parente, e la fucilata era stata scoperta solo in seguito dal probabile destinatario dell’intimidazione, il figlio Massimo Nieddu.
Cinquantadue anni, geometra, Nieddu attualmente è disoccupato. Abita anche lui in via Rossini, nello stesso stabile in cui vive la madre, in un piccolo appartamento al primo piano. Vedovo da cinque anni, ora ha una nuova compagna ed è spesso fuori casa. Ha un terreno vicino al paese dove alleva alcuni cavalli. Non era in casa neppure la notte di mercoledì, quando gli attentatori sono entrati in azione, ma è rientrato poco dopo, e così gli altri figli della donna, alcuni dei quali non abitano a Torpè.
Il mattino successivo sono ancora lì, sgomenti per quanto è accaduto. «Siamo gente perbene – dice al cronista una figlia di Pierina Dalu – non meritiamo un trattamento simile, non lo merita nostra madre che è anziana e sofferente. Questo è terrorismo». Massimo Nieddu non ha la forza di parlare, o al contrario di farlo troppo chiaramente. Perché, va detto, un’idea sui possibili motivi di tanto odio i Nieddu-Dalu probabilmente se la sono fatta. «Aiutateci – dice Pierina Dalu – non ce la facciamo più. Qualcuno deve mettere fine a tutto questo». Anche perché gli autori delle intimidazioni sono sempre più sfrontati: la casa della famiglia Nieddu-Dalu dista appena un centinaio di metri dalla stazione dei carabinieri ed è sorvegliata da telecamere messe lì dal proprietario, ma non si sa quanto efficienti, come forse sapevano gli attentatori.
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