Tuvixeddu, stop definitivo al piano immobiliare del costruttore Cualbu
CAGLIARI. Il progetto a suo tempo approvato trasformerebbe in modo radicale l’area di Tuvixeddu - un’area storico-archeologica di valore inestimabile - in un quartiere urbano: si conclude con queste...
CAGLIARI. Il progetto a suo tempo approvato trasformerebbe in modo radicale l’area di Tuvixeddu - un’area storico-archeologica di valore inestimabile - in un quartiere urbano: si conclude con queste parole la sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha messo il sigillo finale alla controversia pluridecennale tra la Regione e la Nuova Iniziative Coimpresa del costruttore Gualtiero Cualbu, da una parte l’esigenza di difendere un sito culturale unico al mondo e dall’altra il tentativo di realizzare un piano immobiliare milionario approvato nel 2000 e successivamente bloccato dai vincoli di interesse pubblico imposti dall’amministrazione Soru e confermati dai giudici amministrativi. Chiamati ancora una volta in causa dai legali dell’impresa con un ricorso datato 2013, i magistrati di palazzo Spada hanno deciso che i colleghi del Tar Sardegna hanno avuto ragione a giudicare legittimo il provvedimento col quale il sovrintendente ai beni paesaggistici Fausto Martino negò a suo tempo il rinnovo di due autorizzazioni per opere di urbanizzazione da realizzare ai margini del compendio storico, che risultavano scadute dopo cinque anni in cui i lavori erano rimasti fermi. Bocciato in tutti e nove i motivi il ricorso firmato dall’avvocato Antonello Rossi, il massimo giudice amministrativo ripercorre in una sentenza estremamente analitica i passaggi complessi della vicenda ribadendo alcuni concetti sui quali spesso si continua a discutere al di fuori dal perimetro del diritto costituzionale. Su tutti il principio secondo il quale «la tutela del paesaggio costituisce un ambito riservato alla potestà legislativa esclusiva statale». Può sembrare scontato, ma il richiamo alla legge delle leggi è utile per comprendere il perché, nel caso simbolo di Tuvixeddu, i giudici amministrativi si siano affiancati alla Regione: sull’interesse legittimo del costruttore doveva prevalere l’interesse pubblico alla conservazione del paesaggio storico-archeologico, secondo lo scenario nuovo imposto dal Codice Urbani e recepito dal Piano paesaggistico regionale. In questo caso anche perché nell’area non tutelata del compendio sono state scoperte quasi 1200 sepolture puniche non censite, che hanno reso indispensabile l’imposizione di un vincolo di 120 ettari e l’inevitabile blocco del progetto immobiliare.
Ora l’attenzione si sposta sulla Corte d’Appello di Roma, che tra aprile e maggio dovrà decidere sul ricorso presentato dall’ufficio legale della Regione contro il lodo arbitrale in base al quale l’amministrazione di viale Trento ha dovuto pagare al gruppo Cualbu un risarcimento di circa 83 milioni di euro per la mancata realizzazione del progetto immobiliare stabilito nell’accordo di programma del 2000.
La Regione ha sostenuto nel ricorso che il vincolo imposto e il conseguente stop al piano Coimpresa erano e sono legittimi, i giudici amministrativi supremi ne hanno confermato ancora una volta con la sentenza di ieri la legittimità, ma due arbitri su tre hanno comunque disposto il risarcimento del danno. Ora sarà la magistratura togata a dire l’ultima parola. (m.l)
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