Orlando contro Renzi: ridiamo anima alla sinistra
Il ministro della Giustizia a Cagliari lancia la sfida all’ex premier per la segreteria L’incontro con gli operai: riparlare con la gente non può essere una bestemmia
CAGLIARI. Il primo tempo l’ha perso malamente, in Sardegna è stato doppiato, ma Andrea Orlando è sicuro che «al secondo giro, il 30 aprile, le sorprese non mancheranno, perché gli italiani sono stufi di avere ancora un uomo solo al comando che divide e non unisce». Nelle primarie di fine mese, saranno aperte a tutti gli elettori, il ministro di Grazia e giustizia vuole rigiocarsi la partita e questa volta alla pari con gli altri due candidati alla segreteria nazionale del Pd. Non tanto con Michele Emiliano, è dietro di lui, quanto con Matteo Renzi, che due domeniche fa l’ha strabattuto nel voto interno ai circoli. A Cagliari, davanti a una sala piena, ha puntato più volte il dito contro l’avversario numero uno, anche se il nome dell’ex premier se lo farà sfuggire una sola volta. Orlando ai duelli preferisce il confronto politico ma «dev’essere serio, costruttivo e non si può certo festeggiare se ci sono delle dolorose scisssioni come purtroppo invece qualcuno ha fatto sull’altro fronte (i renziani)». Ha esordito con una battuta: «Non è possibile che oggi nel Partito Democratico ci siano troppe persone senza neanche un dubbio su quanto hanno fatto. Io ce l’ho: com’è che abbiamo permesso a qualcuno (Renzi) di sostituire alcuni nostri padri storici con Marchionne e Briatore?». Da qui è scattato dopo aver ascoltato i cinque capolista dell’alleanza proposta dagli ex Diesse e dalla Rete Dem, più qualche soriano in disaccordo col capo e diversi lettiani, che lo sostengono in Sardegna. In pubblico dalla sua parte s’è schierato anche il sindaco di Cagliari Massimo Zedda, tra i fondatori del movimento Campo progressista pronto a dialogare con il Pd purché «non sia più solo renziano». Poco prima Orlando aveva incontrato anche i sindacalisti regionali, ha preso in consegna un robusto pacchetto di richieste anticrisi o anti-insularità, e gli operai dell’Euroallumina e dell’Alcoa, che scalpitano da anni per la riapertura delle fabbriche nel Sulcis. Orlando ha affondato i colpi sin dall’inizio: «Siamo davanti a un bivio – ha detto – Dare una seconda chance a un leader sconfitto (Renzi) o dare la possibilità al Pd di vincere le elezioni nazionali del 2018, insieme a degli alleati con i quali dobbiamo riprendere a dialogare, mentre finora siamo riusciti solo a litigare con tutti». La sua strategia è stata diretta: «Non possiamo più inseguire gli illusionisti e le illusioni, servono fatti concreti contro l’aumento spaventoso della povertà ad esempio. La mia proposta è un piano di eradicazione con sei miliardi investiti in tre anni. Dobbiamo uscire – ha aggiunto – dalla stagione degli slogan, per ritornare a parlare con la gente che a dicembre, nel referendum costituzionale, ha detto no più che al cambiamento in sè a un sistema in cui le ambizioni personali ormai avevano preso il sopravvento sui diritti e sulle istituzioni. Non possiamo rischiare una seconda volta, potrebbe essere quella fatale». La campagna elettorale del ministro ha un obiettivo evidente: ridare un’anima di sinistra al partito, «perché parlare di sinistra non è comunque una bestemmia», e liberarlo in fretta da uno scenario finto, lontano dai «bisogni reali degli italiani», perché qualcuno (Renzi) «è arrivato persino a cancellare l’immagine dell’Italia che soffre, per lanciarsi invece in scorribande zeppe di ottimismo posticcio». Orlando ha parlato di solidarietà, tasse eque, sviluppo sostenibile fino a mettere le sue idee in contrapposizione con «delle riforme semmai importanti però mai vissute dalla gente come proprie». È questa la bandiera che nelle due settimane che mancano all’apertura dei gazebo, il ministro proverà a sventolare. Per riuscire in una rimonta che appare complicata ma ancora possibile. (ua)
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