La Nuova Sardegna

Fine vita, l’impegno degli studenti

di Alessandra Sallemi
Fine vita, l’impegno degli studenti

Cagliari, la moglie di Walter Piludu ospite di un dibattito al liceo Siotto

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CAGLIARI. Ci sono malattie che paralizzano il corpo, le persone sopravvivono in questa condizione perché la medicina ha terapie che sostituiscono le funzioni vitali, ma, senza questa assistenza, la persona muore. La domanda è: una vita così è degna di essere vissuta? L’ex presidente della Provincia, Walter Piludu, quando si è ammalato di sla ha accettato proprio tutte le terapie che gli consentivano di continuare a scambiare emozioni e parole con i suoi cari, è arrivato fino al punto di comunicare solo attraverso un computer che decodificava il movimento degli occhi. Quando però anche il muscolo oculare si è paralizzato e il suo corpo è diventato una «bara di cemento», da politico «con la p maiuscola» ha cominciato una battaglia per ottenere una legge che restituisse alla persona la dignità della scelta prevista dalla Costituzione italiana: rifiutare i trattamenti terapeutici. Lui ha rivendicato questo diritto e, per poter morire nella legalità come espressamente desiderava, si è rivolto al Tribunale. In un’aula magna gremita di ragazzi e ragazze attentissimi ieri, al liceo Siotto, l’associazione intitolata allo scomparso Walter Piludu, ha incontrato gli studenti grazie all’idea dell’allieva Emina Bilanovic che aveva assistito al recente dibattito sul fine vita tenuto alla Comunità La Collina e aveva capito che su, questo tema, c’è bisogno di tanta informazione. La moglie di Walter Piludu, Marinella Maucioni, insegnava Filosofia al Siotto e ha accolto immediatamente la richiesta delle colleghe (tra cui Silvia Martelli e Licia Parisi) di parlare ai ragazzi proprio mentre alla Camera si sta discutendo della legge che introduce il Dat, la disposizione anticipata di trattamento, col quale si proietta nel futuro (ha spiegato la giurista Alessandra Pisu) l’esercizio del diritto all’autodeterminazione terapeutica. Marinella Maucioni ha chiarito sul piano filosofico l’assoluta differenza tra il rifiuto di una terapia che ci tiene in vita e, invece, le azioni che si compiono per procurare la morte in un sofferente (l’eutanasia). Lo studente universitario Bruno Concas ha spiegato il suo interesse per il fine vita perché pone il grande tema delle libertà «che lo Stato non può impedire», il giornalista Giancarlo Ghirra presidente dell’associazione ha sottolineando che «a Walter interessava la buona vita, non la buona morte» e, per lui, mettere fine alla sua situazione significava non rinunciare alla vita ma uscire «da una condizione inventata dalla medicina».

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