«No alle divisioni, dobbiamo ritornare a essere popolari»
«Dopo il referendum c’è stata la giusta autocritica» «Il centrosinistra? Va allargato alle forze autonomiste»
C'è chi ha detto: oggi il Pd è un partito più temuto che amato: giusto o sbagliato?
«Sbagliato. Sul referendum il Pd ha fatto già autocritica. Sono stati commessi degli errori, innanzitutto non aver saputo comunicare l'idea di cambiamento e sottovalutato il clima di protesta. Tuttavia, dobbiamo ripartire da quel 40 per cento di sì, per rilanciare l'ideale di progresso e ritrovare la sintonia col Paese. Siamo l'unico partito in grado di proporre una politica seria. Semmai bisogna temere chi fa leva sul disagio e sulle paure della gente».
Scelga: partito popolare, di potere o di governo.
«Tutti e tre, uno non esclude l'altro, anzi si rafforzano a vicenda. Va però migliorata la percezione del Pd all'esterno e ridata centralità alla dimensione popolare che si è un po' persa».
Il Pd ha cambiato maglia?
«Il Pd è il centrosinistra. È una connotazione nel Dna del partito, ancora di più ora vista la frammentazione politica, l'avanzata dei populismi e la radicalizzazione a destra e a sinistra. Oggi il Pd deve farsi interprete del bisogno di cambiamento senza dimenticare i grandi temi: lavoro, giustizia sociale, pari accesso ai servizi, diritti civili, tutela dell'ambiente e salute».
Il Pd sardo è troppo litigioso.
«Purtroppo è mancata una guida capace di unire. Il problema non sono le divergenze, quanto l'inadeguatezza nel portare a sintesi il dibattito interno senza lacerazioni. Oggi abbiamo l'occasione di ricucire gli strappi e presentarci più solidi, più uniti e quindi più credibili».
Le correnti: patrimonio o prigione?
«Le correnti sono fisiologiche. Non potrebbe essere diversamente soprattutto per il Pd che, ricordo, nasce proprio dall'incontro tra diverse culture: da quella popolare a quella comunista e socialista. Il nome che ho scelto per la mia mozione, Connessioni democratiche, nasce proprio dall'esigenza di superare le correnti e ricercare i punti di coesione».
Un anno senza segretario: di chi le colpe?
«È superfluo e persino fuorviante attribuire colpe o responsabilità, penso che tutti i protagonisti della recente stagione debbano fare autocritica e lavorare per superare lo stallo».
Il centrosinistra sardo è in crisi: durerà?
«Dobbiamo lavorare per ritrovare lo slancio iniziale. I momenti di frizione, che ci sono stati anche di recente, ritengo siano superabili. Se sarò eletto segretario mi adopererò per ricostruire la coalizione e allargarla ad altre forze».
Spinte indipendentiste e il Pd vacilla.
«Niente affatto. Anche al Pd sardo stanno a cuore i valori dall'autonomia. Sono comuni a tutti i sardi e non possono essere appannaggio di qualcuno. I temi della specialità e dell'insularità devono essere al centro dell'agenda politica della nuova segreteria del partito, e credo sia fondamentale includere nel dibattito a le forze autonomiste e sardiste, e riprendere il dialogo con alcuni vecchi alleati come il Psd’Az».
Spesso la Giunta è stata lasciata sola dal Pd.
«Non credo. Dovunque ha dato un contributo decisivo nel portare avanti il programma del presidente Pigliaru, assumendo un comportamento leale e responsabile anche nei momenti di tensione. Se sarò segretario, mi adopererò per ristabilire gli equilibri, ridare vigore all'alleanza e correggere quello che non ha funzionato».
La Giunta poteva fare di più.
«Ha lavorato senz'altro in una condizione di estrema difficoltà, per la congiuntura sfavorevole e la pesante eredità nei conti pubblici. Dopo qualche anno finalmente si intravedono i primi segnali di ripresa. Ora siamo nella fase in cui, tirate le somme, bisogna capitalizzare gli effetti positivi delle riforme e mettere in campo le risorse necessarie per dare le risposte che i sardi si attendono».
A Roma bisogna sbattere di più i pugni sul tavolo?
«Il dialogo col governo mai s’è interrotto e abbiamo raggiunto risultati importanti: la firma del Patto per la Sardegna e le trattative andate a buon fine per la Vertenza entrate. Però non bisogna abbassare la guardia, vanno rivendicate le prerogative della Sardegna, in ragione della sua specialità e della condizione di insularità. Sarà questa una delle scommesse della nuova segreteria del Pd».
La crisi economica sembra essere infinita.
«La Sardegna sconta il gap infrastrutturale e la mancanza di una strategia per lo sviluppo, Va costruita mettendo insieme le istituzioni e gli attori economici, in un'ottica di corresponsabilità. Tuttavia, i primi cenni di ripresa ci indicano la strada. Penso alle nuove tecnologie, al turismo e all'agroalimentare».
Per essere primarie partecipate, quanti elettori dovrebbero votare in Sardegna?
«Niente numeri. L’affluenza di domenica dovrà essere una delle basi su cui impostare il nuovo rapporto tra il Pd e i cittadini».
Avversari in Sardegna, ma con Sanna alleati per Renzi: è o no una contraddizione?
«Non lo è, nella misura in cui chi ha voluto fortemente la mia candidatura, a prescindere dalle preferenze in campo nazionale, ha messo davanti il bene del Pd e della Sardegna».
Del suo avversario pensa.
«Sanna è un ottimo parlamentare e una persona preparata. Posso però dire che alcuni tratti della sua personalità sono lontani dal mio modo di essere e di concepire la politica, che ho sempre inteso come un lavoro di squadra. Sin dal primo momento la cifra che ha caratterizzato la a mia candidatura è l'aver anteposto il "noi" alla ricerca esasperata di visibilità personale». (ua)
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