Gavino Sanna: «La nostra Sardegna è magica ma nessuno la sa raccontare»
Una vita tra gli Usa e l’Italia, il guru della pubblicità spiega come vede la sua isola. «Deluso dai politici di oggi. Il vero nemico dello sviluppo è la burocrazia»
SASSARI. Una vita da rockstar della reclame. Gavino Sanna è il creativo italiano più famoso nel mondo, l’uomo che ha inventato lo spot televisivo. Un’esistenza fatta di successi e guizzi di genialità. Idee da vendere. E tanti racconti affascinanti. Da quella volta che Muhammad Ali gli confessò l’angosciosa fatica del campione destinato sempre a vincere, mentre stava per girare uno spot sulla birra. Al dialogo con Richard Nixon che gli affidò una campagna pubblicitaria per arginare l’invasione delle macchine giapponesi nel mercato americano che avevano messo in ginocchio l’auto made in Usa. Ma Gavino da Porto Torres ha sempre portato la Sardegna con sé.
Ma lei cosa vorrebbe cambiare della Sardegna?
«Difficile riuscire a rispondere. Ho sempre portato la Sardegna con me. Ma da subito ho scoperto che nessuno sa dove sia. Soprattutto all’estero. Quando ti trovi dall’altra parte del mondo racconti della terra da cui vieni. I sapori, i profumi. Una visione poetica. Ho sempre amato l’isola, ma tutto quello che ho raggiunto l’ho fatto fuori dall’isola. Magari sei alle Hawaii, ma dentro di te porti sempre la tua terra. E la racconti a tutti, anche con qualche bugia per farla più bella».
Il talento è un padrone feroce e il giovane Gavino dimostra subito di avere una classe infinita.
Cosa ricorda della sua infanzia nell’isola?
«Lo dico senza difficoltà: io a scuola ero un somaro. Mi hanno bocciato un sacco di volte. I miei genitori erano perplessi. Temevano per il mio futuro. A tranquillizzarli ci pensò mio padrino, io sono nipote del pittore Mario Paglietti. Mio padrino diceva ai miei: “Gavino è nipote di Mario, quindi anche lui è un artista”. Ha ripetuto questa cosa più volte. Alla fine anche i miei genitori si erano convinti e mi hanno iscritto all’Istituto d’arte a Sassari. Quella è stata la svolta della mia vita. I miei maestri erano Filippo Figari, Vico Mossa, Eugenio Tavolara, ma su tutti Stanis Dessy. Mi ha dato 10 nel disegno dal vivo. Mi ha incoraggiato e formato. Anche se ricordo che l’inizio fu traumatico. Durante la prima lezione prese il mio disegno. Chiese: “Di chi è?”. Alzai la mano timido. Ero convinto di avere fatto un bel lavoro. Lui prese il foglio e lo fece a pezzi: “La prossima volta imparerai a firmarlo”. Lui mi ha insegnato tutto. La mia passione erano le caricature e lui mi incoraggiò. Quando ero studente mio padrino mo portò dal direttore della Nuova Sardegna, Aldo Cesaraccio. “Gavino è bravo disegna benissimo”. Il direttore mi mise alla prova e io feci, in realtà ricalcai, una caricatura di Segni. La pubblicarono. Avevo 13 anni. E per qualche anno feci le caricature dei politici sardi e sassaresi. Mi piazzavo alla Gabbia, in piazza Azuni. Là si trovavano i politici, tra loro anche Enrico Berlinguer. Passavo ore a osservarli. Tornavo a casa e li disegnavo a memoria».
Poi?
«Poi il salto a Milano. Finiti gli studi a Sassari andai a trovare un ex giornalista Rodolfo Mura. Fu lui a indirizzarmi verso la pubblicità. Lui lavorava a Milano in una delle agenzie più grandi “Studio sigla”. Mi invitarono per sei mesi. Non tornai più in Sardegna».
Cosa ricorda della sua consacrazione americana?
«Sono stato assunto dalla McCann Erickson. Non sapevo una parola di inglese e ho deciso di imparare l’americano a New York. Mi sono diplomato alla New York university. Restai negli Usa per 15 anni. Passavo da un’agenzia all’altra. A lungo corteggiato e conteso dalle Agenzie americane. Fino a quando mi convinsero con un’offerta a cui non si può dire di no ad aprire una agenzia a Milano. In America ho vinto tutti i premi possibili: 7 Oscar della pubblicità, 7 Leoni d’oro a Cannes. In Italia ricordo con soddisfazione le campagne per la Barilla, la Fiat, la Coca Cola e la creazione del personaggio Giovanni Rana».
Perché ha deciso di creare una cantina di vini. Lei è anche astemio?
«Io il vino non lo devo bere, lo devo vendere. A parte gli scherzi una mattina facevo la barba. Pensavo che dopo 50 anni di pubblicità iniziavo a essere stanco. Volevo qualcosa di diverso. Poi i computer hanno invaso il mondo della pubblicità. Ho chiamato mia moglie e le ho detto. “Chiamo gli americani e vendo tutto”. Da quel giorno non sono più tornato in ufficio. Alcuni amici mi hanno proposto l’avventura della cantina. Ho detto: “Accetto solo se facciamo la Tiffany dei vini”. Mi hanno dato carta bianca e abbiamo creato Mesa».
Il suo rapporto con la Sardegna?
«Quando avevo successo come pubblicitario la Sardegna non mi ha mai chiamato».
Poi la politica.
«In realtà la prima campagna pubblicitaria per la politica la feci a neanche 20 anni per Pietro Montresori. Si era candidato come sindaco di Sassari. Vinse con una percentuale bulgara. Molti anni dopo ho curato la campagna elettorale alle Regionali per Renato Soru. Lo slogan era Meglio Soru. Poi per Ugo Cappellacci “La Sardegna torna a sorridere”. In mezzo curai la campagna per le politiche per Silvio Berlusconi. Stravinse contro Prodi. Per queste tre esperienze ho chiesto scusa tutti i sardi, per avere portato al governo queste persone».
Pigliaru?
«Lo ricordo quando faceva l’assessore nella giunta Soru prima di andare via. Una persona onesta».
La politica è diventata più una questione di immagine che di sostanza, è d'accordo?
«Sì. Ricordo quando la politica era altro. Sono stato amico del cuore di Francesco Cossiga. Le serate con lui erano un premio. Ho lavorato con Ciampi per il lancio dell’euro. Altro peso. Oggi mi sembra che i politici tentino solo di portare via il più possibile nel breve tempo in cui governano. La politica dovrebbe essere cultura. Ora è altro».
È severo.
«Quello che mi ha fatto più male è che in questi anni nessun politico ha raccontato la Sardegna. Le campagne pubblicitarie sono sbagliate. Sembrano fatte da venditori di cartoline illustrate. Nelle pubblicità non ci sono i sardi. Mancano del tutto. Oggi non c’è più coraggio. Quando ho conosciuto negli Usa Muhammad Ali lui mi ha raccontato la fatica che deve fare un campione come lui. Deve avere sempre il coraggio di sfidare tutti. Di sconfiggere tutti gli avversari. Doveva fare il testimonial di una campagna pubblicitaria della birra Miller. E quello stesso orgoglio lo avuto io quando ho curato la campagna voluta dal presidente americano Richard Nixon. Doveva contrastare l’invasione delle auto giapponesi nel mercato Usa. Lui aveva fatto capire di non avere nessuna fiducia negli italiani. Io da sardo ho pensato che gli avrei fatto capire la determinazione che abbiamo noi quando decidiamo di fare qualcosa. Gli illustrai la campagna pubblicitaria. Ne fu entusiasta. La comprò».
Secondo lei la Sardegna si vende bene?
«Una delle cose che racconto è una frase bella e tragica di Emilio Lussu: “In Sardegna ne uccide più l’invidia che la malaria”. È vero anche oggi. Potremmo raccontare un’altra Sardegna se avessimo un po’ più di voglia e orgoglio. Al contrario sembriamo come quei due sardi che vanno a Mosca nel mausoleo di Lenin lo vedono e uno dice all’altro: “Sembra vero”, l’altro ribatte: “Sembra vero ma è morto”. Così è la nostra terra».
Chi le piace di più come testimonial della Sardegna Briatore o l'Aga Khan?
«Ho un ricordo positivo dell’Aga Khan. Ma anche Briatore ha detto in questi anni cose giuste. Io lo rispetto perché è uno che si è fatto da solo. È nato a Cuneo e ha vinto tanti titoli in Formula Uno. Ma credo che spesso siano gli stessi sardi a danneggiarsi. Ricordo che quando Cappellacci era governatore avevamo fatto una campagna pubblicitaria a favore dell’isola. Una delle più belle che avessi mai realizzato. Un invito a visitare la Sardegna. Avevamo previsto sei uscite su pagine doppie su alcuni quotidiani nazionali come il Corriere della Sera. Era tutto pronto, ma un funzionario decise che la campagna non si poteva fare intera, credo per i costi. Decise, lui, di fare due uscite e mezzo. Fu un disastro. Lui è un simbolo. Il simbolo della burocrazia che tiene ancora in ostaggio questa terra».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
