Addio a Lo Curto, due isole in lutto

Il giudice siciliano guidò il tribunale di Lanusei e la Corte d’appello di Sassari. All’Asinara un mese con Falcone e Borsellino

SASSARI. In Sardegna era arrivato negli anni Settanta giovanissimo magistrato e in Sardegna era ritornato da uomo maturo nel 1985 con i suoi colleghi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Insieme avevano trascorso un mese nell’isola dell’Asinara, quando era ancora il carcere bunker dei mafiosi, per istruire lo storico maxi processo alle cosche con oltre quattrocento imputati. Di quella esperienza custodiva un ricordo velato di malinconia e una foto che campeggiava nel suo ufficio. Del rapporto con due uomini simbolo della lotta alla mafia non amava parlare pubblicamente. Non voleva neppure essere sfiorato dal sospetto di strumentalizzare un’amicizia vera. In Sardegna, la sua seconda terra dopo la Sicilia, è morto lasciando la magistratura delle due isole in lutto.

Si è spento domenica all’età di 70 anni, dopo una breve malattia, il magistrato Claudio Lo Curto, ex presidente del Tribunale di Lanusei e a lungo Avvocato generale della Repubblica nella sezione distaccata della corte d’appello di Sassari. La notizia della sua morte ha colpito gli ambienti giudiziari di tutta Italia, dove Claudio Lo Curto era molto conosciuto e stimato.

Se ne è andato un magistrato di altri tempi e un profondo conoscitore di criminalità organizzata, omicidi, traffico di droga, sequestri di persona. Dopo essere andato in pensione, Lo Curto aveva dedicato il suo tempo a un’altra grande passione: la conoscenza delle armi sulla quale aveva scritto un libro. Il testo di quattrocento pagine dal titolo «Armi e munizioni comuni e da guerra», pubblicato da Giuffrè Editore, è da tempo manuale di studio nelle università.

Claudio Lo Curto amava il suo lavoro e lo faceva bene fin dal 1979, quando arrivò a Lanusei come giovane sostituto procuratore. A questo primo periodo ogliastrino seguì il ritorno in Sicilia dove negli anni Ottanta Lo Curto si occupò dei delitti di mafia ai danni di magistrati (istruttoria-bis per l’omicidio del magistrato Rocco Chinnici; inchiesta per l’assassinio di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, processo per l’autobomba contro Carlo Palermo) ma anche di reati commessi da magistrati. A Caltanisetta, Claudio Lo Curto si occupò della inchiesta per corruzione a carico di un sostituto procuratore, che venne condannato e successivamente destituito dall’ordine giudiziario.

In Sardegna, il nome di Claudio Lo Curto è associato alla lunga permanenza alla guida del tribunale di Lanusei. Fu lui a presiedere il collegio dei processi per il sequestro di Silvia Melis, per la bancarotta contestata agli amministratori della Cartiera di Arbatax.

Un’altra grande esperienza, Claudio Lo Curto la vantava nella applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali come le confische che «rappresentano – disse in una delle sue rare interviste – un contrasto incisivo, efficacissimo, nei confronti di preoccupanti forme di criminalità». «Purtroppo in Sardegna, al contrario di quanto avviene in Calabria, Sicilia e Campania, manca un sufficiente numero di squadre della polizia giudiziaria per indagare sui flussi finanziari illeciti - aggiunse -. Ed è una carenza seria. Perché ci sono zone come la Gallura che si prestano al riciclaggio, con grandi quantità di denaro in contanti proveniente da frange della camorra».

Claudio Lo Curto era un magistrato molto schivo, con un profondo senso della giustizia e del ruolo che la pubblica accusa deve svolgere. Quando si convinceva della innocenza di un imputato, diventava il suo secondo difensore. Capitò a Natalino Barranca, l’anziano servo pastore di Sedilo condannato a 17 anni per il sequestro di Titti Pinna. Al processo d’appello, nel 2011, il pg Lo Curto sostenne che l’imputato era innocente e Barranca venne assolto. Quel verdetto scatenò una inaudita guerra fredda tra Procure perché il procuratore generale Ettore Angioni sconfessò clamorosamente il collega presentando ricorso in Cassazione contro il verdetto dei giudici sassaresi. Barranca venne poi assolto dalla Cassazione, ma Claudio Lo Curto non cantò vittoria. «Non ho vinto io – spiegò –. Questa sentenza è giusta perché nei confronti dell’imputato non c’era niente». Lui era fatto così: poche parole, molti fatti.

WsStaticBoxes WsStaticBoxes