La Nuova Sardegna

Disastro ambientale prime ammissioni

di Mauro Lissia
Disastro ambientale prime ammissioni

Negli interrogatori un ex dipendente racconta come smaltivano gli scarti Faro della procura sui vertici dell’azienda e sui controlli dell’Arpas

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CAGLIARI. I dipendenti dell’Ineco, la società che si occupava di far sparire sotto terra i veleni della Fluorsid, hanno scelto di parlare e dalle loro rivelazioni sarebbero saltati fuori fatti clamorosi. Secondo uno dei difensori, l’avvocato Pietro Ippolito «quanto emerso fino ad oggi è poca cosa rispetto a quello che il mio cliente ha riferito e riferirà ancora nel corso dell’inchiesta». A vuotare il sacco davanti al gip Cristina Ornano e successivamente al pm Marco Cocco, in un faccia a faccia durato quasi otto ore, è stato Simone Nonnis, uscito dall’Ineco - la ditta incaricata di far sparire sotto terra i veleni a base di fluoro - un anno fa dopo vent’anni di lavoro: «Quando Nonnis si è dimesso - ha spiegato il legale - l’ha fatto in aperta polemica con l’azienda proprio sui problemi ambientali». L’ex dipendente dell’anziano patron dell’Ineco Armando Bollani potrebbe dunque diventare il teste Omega della Procura, ma l’impressione diffusa è che altri dipendenti anche interni alla Fluorsid siano disponibili a raccontare quanto è accaduto per anni nello stabilimento di Macchiareddu e dintorni. Arrestati martedì mattina con l’accusa di associazione a delinquere e di aver concorso coi vertici dell’industria di Macchiareddu al disastro ambientale e all’inquinamento dell’area vicina allo stagno di Santa Gilla, i due operatori avevano concordato fin da martedì sera il percorso della loro collaborazione con il pubblico ministero. Ieri Marcello Pitzalis si è tecnicamente avvalso della facoltà di non rispondere e ha reso solo brevi dichiarazioni spontanee, ma questa mattina alle 9 sarà di nuovo di fronte al magistrato per dire tutto quello che sa, con l’assistenza del difensore Gigi Sanna.

Top secret. Il contenuto dei colloqui resterà top secret, la sola certezza è che inchiodati dalle intercettazioni i due operatori dell’Ineco - Nonnis non è più capo operaio ma lo è stato per vent’anni, Pitzalis ha preso il suo posto a gennaio del 2016 - parleranno di fatti e circostanze che nel caso di Nonnis non riguardano soltanto i due anni coperti dall’inchiesta giudiziaria.

Da qui a prevedere nuove misure cautelari il passo è ancora lungo, certo è che per i vertici della Fluorsid e dell’Ineco non si annunciano sonni tranquilli. La difesa dei due operatori indagati è scontata: non erano loro a decidere, il compito che erano chiamati a svolgere era di contribuire a mettere sotto uno strato di terra gli scarti di lavorazione della fluorite e dei derivati trattati a Macchiareddu, senza badare alle conseguenze per l’ambiente. Fino a questo momento l’inchiesta è circoscritta agli anni 2015-2016. Gli uomini del commissario Fabrizio Madeddu sono pronti a ripercorrere a ritroso il cammino della Fluorsid. D’altro canto sulle prospettive dell’inchiesta è stato il giudice Cristina Ornano a dare nella sua ordinanza indicazioni molto precise ed è da quelle che ripartirà il lavoro investigativo del Corpo Forestale.

I vertici aziendali. «Andrà approfondito - è scritto nel provvedimento - il livello di coinvolgimento in tali pratiche (l’inquinamento sistematico dell’ambiente, ndr) dell’intera dirigenza e della stessa proprietà della Fluorsid spa, aspetto finora non sufficientemente sondato, ma che richiede di essere accertato». Il riferimento a Giulini e agli altri dirigenti rimasti fuori dal perimetro giudiziario è esplicito e contiene almeno una domanda: se come diversi dipendenti affermano nelle conversazioni intercettate l’andazzo di nascondere emissioni nocive e sostanze tossiche era vecchio di anni, quello che il gip Ornano ha chiamato «patto scellerato» tra i dirigenti e la Ineco di Bollani, è possibile che il gruppo di proprietari e dirigenti fosse ignaro di tutto?

La vigilanza ambientale. «È significativo - scrive ancora il magistrato - notare come manchi qualsiasi rilevamento per l’aria, il suolo o il sistema idrico riferibile al fluoro e ai suoi derivati, nonostante sia presente nell’area di Macchiareddu, con la Fluorsid, il primo produttore mondiale di derivati del fluoro, già condannato seppur civilmente per problemi legati all’inquinamento da fluoro». Qui il richiamo è per l’Arpas, l’agenzia della Regione che attraverso l’uso di centraline elettroniche, ispezioni e indagini ha il compito di controllare il rispetto delle norme ambientali, quelle che - a leggere le accuse - sono state sistematicamente violate dalla Fluorsid. Non è difficile prevedere un approfondimento investigativo anche su questo aspetto della vicenda.

Sicurezza del lavoro. Gli operai lavoravano in mezzo alla polvere di fluorite, la respiravano a pieni polmoni, vivevano otto ore della propria giornata a contatto con sostanze estremamente pericolose per la salute. Risulta dalle intercettazioni che un operaio di nome Rinaldo si era lamentato con Marcello Pitzalis del fatto che fosse disumano lavorare in quelle condizioni «con la cabina della pala meccanica bianca all’interno per la polvere». Di situazioni come questa - scrive il gip - esistono fotografie e documentazione tratta dai sopralluoghi della Forestale: «Gli operai - scrive il giudice - lavoravano privi di protezioni all’interno di nuvole dense di polvere». La risposta di Armando Bollani, il titolare dell’Ineco, alle rimostranze dei dipendenti? «Sparate un mucchio di cazzate, questa polvere fa bene».

Gli esami di garanzia. Venerdì prossimo il gip Ornano e il pm Cocco sentiranno altri indagati detenuti al carcere di Uta, per completare il lavoro martedì della prossima settimana.

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