La Nuova Sardegna

L’Italia ricorda Falcone: preparò il maxi processo all’Asinara con Borsellino

Gianni Bazzoni
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
◗
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Il magistrato ucciso a Capaci il 23 maggio 1992 con la moglie e la scorta aveva passato un mese nell’isola, dove era stato “deportato” anche per il timore di un attentato. A Cala d’Oliva il percorso della legalità

4 MINUTI DI LETTURA





PORTO TORRES. C’è un pezzo di Sardegna nella storia della lotta alla mafia. Un piccolo contributo dato dall’Asinara, territorio comunale di Porto Torres e sede di una delle carceri più temute dai boss, ma anche luogo ospitale dove i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino arrivarono come dei “deportati” - nell’estate del 1985 - e se ne andarono con un concetto totalmente diverso. Con la forza di chi aveva scritto i contenuti del primo vero maxi processo contro Cosa Nostra. Quella foto in bianco e nero, con Giovanni che dice qualcosa all’orecchio di Paolo e poi entrambi ridono divertiti è una delle più conosciute. Quando - dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio - lo Stato decise di riaprire il carcere duro per combattere la mafia, quell’immagine venne posizionata all’ingresso del corpo di guardia del supercarcere di Fornelli. E quando i boss passavano abbassavano lo sguardo per dimostrare che non la guardavano. La scelta era stata fatta proprio dopo le stragi mafiose del 1992, quando vennero uccisi i due magistrati e le rispettive scorte. Il 23 maggio di 25 anni fa. Nell’attentato del 19 luglio in via D’Amelio perse la vita anche Emanuela Loi, poliziotta sarda, uno degli “angeli di Borsellino”, la prima donna a cadere in servizio.

Quella foto priva di colori non era stata collocata casualmente in quel punto, serviva per ricordare a tutti che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano stati all’Asinara nell’estate del 1985, sette anni prima. Ufficialmente per lavorare in sicurezza alla requisitoria del maxi processo contro i capi di Cosa Nostra (Abbate Giovanni +706, questo era il titolo dell’ordinanza che avevano cominciato a scrivere). In realtà i due amici magistrati vennero “deportati” in poche ore all’Asinara perché all’allora consigliere istruttore Antonino Caponnetto (che fu capo del pool antimafia) arrivò da una fonte riservata l’annuncio di un attentato, prima contro Borsellino e poi contro Falcone). Una cartolina in uscita dall’Ucciardone era stata intercettata, e non c’era tempo da perdere. Tra l’altro, in quei giorni caldi di agosto, la mafia aveva ucciso il vice questore Ninni Cassarà con l’agente Roberto Antiochia, mentre poco prima (il 28 luglio) era stato ammazzato il commissario Beppe Montana. Poliziotti amici di Falcone e Borsellino.

Restarono meno di un mese all’Asinara i due magistrati, insieme ai loro familiari. Ospiti nella foresteria di mattoni rossi, a Cala d’Oliva. All’inizio la presero male, anzi malissimo. Ogni giorno insistevano per tornare a Palermo, poi si rassegnarono. E chiedevano continuamente “le carte per poter lavorare”. Un soggiorno lungo 25 giorni, sette anni prima delle stragi, nell’insolita situazione che li vedeva ospiti in un’isola-carcere popolata anche di mafiosi. Quando Falcone entrò nella foresteria c’era un detenuto addetto alla cucina che lavorava: «Cosa ci fa quello qui?», esclamò contrariato. Una partenza con aggiustamenti in corso d’opera, giorni non facili e la beffa del conto finale (415.800 lire) presentato dallo Stato. Falcone e Borsellino non compilarono la nota spese: «Non mi stupisce se nostro padre non chiese il rimborso – ha raccontato Manfredi, figlio di Paolo Borsellino – era solito pagare di tasca propria il carburante delle auto blindate di servizio che sovente guidava anche di persona non avvalendosi di autisti».

Il lavoro all’Asinara portò risultati: il maxi processo iniziò nel febbraio 1986 per concludersi nel dicembre 1987 con 19 ergastoli e pene distribuite per 2665 anni di carcere. La foresteria di Cala d’Oliva, trasformata in una succursale dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, ebbe un ruolo piccolo ma importante nella storia della lotta alla mafia. E quel ricordo oggi è più vivo che mai: nei giorni scorsi la Commissione parlamentare antimafia è stata all’Asinara per una visita privata e ha preso l’impegno per fare qualcosa e rafforzare quel ricordo. Una scelta che attualizza quel sacrificio e aggiunge valore al percorso della legalità realizzato a Cala d’Oliva: parte dalla foresteria e arriva al bunker che accolse Totò Riina. Francesco La Licata, giornalista e amico di Falcone ha detto che «il 1992 è stato il nostro 11 settembre. Per l’entità del danno che il Paese ha subito e perché quello che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno fatto in vita non ha metro di paragone». Può bastare questo per sottolineare che l’Asinara e la Sardegna hanno dato il loro prezioso contributo nella lotta alla mafia. Un ruolo impreziosito proprio dall’avere accolto come figli Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
[COPYRIGHT]©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative