La Nuova Sardegna

La falda di Macchiareddu inquinata dall’arsenico

di Mauro Lissia
La falda di Macchiareddu inquinata dall’arsenico

Veleni nei pozzi interni allo stabilimento, valori di legge superati di 140 volte

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CAGLIARI. Nei pozzi della Fluorsid c’era una quantità incredibile di veleni che potrebbero aver inquinato le acque della falda di Macchiareddu, ma nessuno ha pensato di denunciare quello che per la Procura di Cagliari è un disastro ambientale. I dati raccolti dall’Arpas e rimasti nei cassetti fino a quando il Corpo Forestale non li ha acquisiti sono impressionanti: dai campionamenti e dalle analisi eseguiti nel 2011 sul pozzo numero 3 risulta la presenza oltre i limiti tabellari, che sono quelli di legge, per fluoruri, solfati, alluminio, nichel, berillio, piombo, tallio, manganese e ferro. Ma quando quattr’anni dopo, a marzo e a giugno del 2015, gli esami sono stati ripetuti su quattro pozzi che si trovano all’interno dello stabilimento Fluorsid, i risultati si sono rivelati ancora più preoccupanti: a leggere i rapporti di prova ora nelle mani del pm Marco Cocco e della Forestale il pozzo 5 risulta contaminato da arsenico per valori 140 volte superiori ai limiti stabiliti dalle norme, mentre i dati sulla presenza degli altri metalli sono quelli della precedente rilevazione. Per capire: si tratta di acque industriali, che vengono utilizzate nel ciclo produttivo della Fluorsid e disperse nell’ambiente con i cannoni e gli idranti. La legge impone un intervento di depurazione, ma nell’arco di quattro anni non è successo nulla e la Fluorsid ha potuto inquinare senza interruzione e senza alcuna conseguenza. L’Arpas ha eseguito verifiche regolari, ha comunicato i dati del monitoraggio all’Ispra ma tutto è rimasto all’interno del circuito di rapporti tra controllato e controllori, compreso un «fuori servizio» nell’impianto di pretrattamento delle acque reflue del Tecnocasic. Il 12 gennaio del 2016 è il responsabile del settore acque Claudio Fantera a scrivere alla Fluorsid per contestare un problema piuttosto serio: i liquami usciti dallo stabilimento e finiti nella condotta fognaria industriale erano talmente ricchi di fanghi da intasare il sistema di pompaggio. Risultato: i fanghi sono finiti nello stagno di Santa Gilla, insieme al loro contenuto di metalli ad alto tasso inquinante, tra cui alluminio e arsenico.
La domanda che gli investigatori si pongono è questa: il mancato rispetto dei parametri di legge sul contenuto delle acque ha provocato l’inquinamento della falda? La risposta è nei rapporti di prova elaborati dalla Sgs – Societè generale de surveillance - che cura i controlli sulle acque per conto della Fluorsid: otto di questi rapporti, consegnati alla società di proprietà di Tommaso Giulini tra marzo e giugno del 2015 indicano una situazione ai confini del disastro. I limiti di legge sulla concentrazione dei metalli pesanti vengono superati quasi regolarmente per alluminio, ferro, manganese, fluoruri, solfati e altro, mettendo in luce un reale e documentato pericolo per l’ambiente. I dati sono noti ad Arpas e Ispra, esiste una consapevolezza diffusa di quanto avviene da anni ed anni a Macchiareddu, eppure perché la Procura venga informata bisogna attendere l’esposto di un veterinario che lamenta i mali sofferti dalle proprie pecore, al pascolo nei terreni vicini all’azienda di produzione del fluoro.
Ed ancor’oggi la Fluorsid va avanti nella sua attività senza che risulti alcun intervento di prevenzione sulle due fonti di inquinamento ambientale: da una parte le polveri originate dai cumuli di gesso stoccati nelle discariche, dall’altra i veleni riversati in grande quantità nella falda acquifera.

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