Il caso Torino, lo psichiatra: il clima di terrore innesca il panico
Le immagini dei tanti attacchi terroristici ha messo le persone in una condizione di inconsapevole allarme e quel che è accaduto in piazza San Carlo è una conseguenza
CAGLIARI. Cresce il rischio di crisi di panico, a farle innescare può essere certamente un pericolo reale ma in un clima esasperato dal «Terrore», è più probabile che quanto accaduto a Piazza San Carlo a Torino possa verificarsi più facilmente. A dirlo è Bernardo Carpiniello, ordinario di Psichiatria e direttore della Clinica Psichiatrica dell'Università di Cagliari, presidente della Società Italiana di Psichiatria.
«È visibile il clima generale di aumentato timore e sospetto. Le persone sono entrate inconsapevolmente in una condizione di maggiore allarme. È percepibile il sentimento diffuso di doversi autoproteggere, e così cresce anche anche la diffidenza». E secondo lo psichiatra sono le immagini dei tanti attacchi terroristici ad avere amplificano questa reazione di panico che evoca il ricordo di quanto accaduto in Belgio nello stadio di Heysel dove il 29 maggio 1985, poco prima dell'inizio della finale di Coppa dei Campioni di calcio tra Juventus e Liverpool, morirono 39 persone, di cui 32 italiane, e ne rimasero ferite oltre 600. «Un conto è leggere una notizia di un attentato, un conto è vedere la morte in diretta. La reattività aumenta in una situazione di potenziale pericolo».
Del resto, ricorda Carpiniello, nelle situazione collettive la paura è contagiosa. «La fuga e l'attacco sono le principali azioni di difesa - spiega analizzando quanto accaduto a Torino - istintivamente si mettono in modo i meccanismi di autoprotezione, primitivi e difensivi». Difficile dire come fare a proteggersi. «Le reazioni di panico sono la massima espressione della paura, ed è difficile che le persone possano mantenere la calma. Sono pochi quelli in grado di gestire il panico, come le forze di sicurezza altamente specializzate».
È auspicabile quindi che con equilibrio si prendano alcune precauzioni. «È corretto il tentativo di limitare momenti come questi, dove migliaia di persone sono concentrate nella stessa zona. Ma se da un lato c'è la consapevolezza del rischio, dall'altro bisogna evitare di imporre troppi limiti per non mandare implicitamente, al contrario, un segnale di continuo pericolo». Insomma un equilibrismo da «tempi di guerra» per continuare a salvaguardare la vita normale e garantire la protezione collettiva.
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