La Nuova Sardegna

Matteo Boe scarcerato l’ex bandito torna a casa 

Matteo Boe scarcerato l’ex bandito torna a casa 

Resterà detenuto nel carcere di Opera a Milano fino al 25 giugno Era stato condannato a trent’anni per 4 sequestri, tra cui quello di Farouk

4 MINUTI DI LETTURA





NUORO. Sono passati 25 anni da quando, in una mattina di ottobre del 1992, la sua latitanza era finita nella hall di un anonimo alberghetto di Porto Vecchio, in Corsica. Matteo Boe, 60 anni ancora da compiere, buona parte dei quali trascorsi in carcere, tornerà in libertà il 25 giugno. Quel giorno finirà di scontare la pena per una serie di sequestri di persona in Sardegna e nella penisola, potendo usufruire degli sconti di pena previsti per buona condotta. Matteo Boe era stato condannato a 30 anni per le pene accumulate con le sentenze per i sequestri in Sardegna di Farouk Kassam, che all’epoca aveva appena 7 anni, e di Giulio De Angelis, padre di Elio pilota di Formula 1, ai quali era stato tagliato un pezzo di orecchio, e poi di Marzio Perrini e Sara Niccoli in Emilia Romagna. Dopo il primo periodo di carcerazione dura, che aveva affrontato con il suo cipiglio da balente, si era lentamente rappacificato con quel mondo ostile che vedeva intorno a lui. Dedicandosi allo studio e all’arte e lavorando anche nella falegnameria del carcere di Spoleto. Ma da quando, 5 anni fa, era stato trasferito nel carcere meno duro di Opera aveva potuto dare sfogo alla sua passione per l’arte, rimasta forse per troppi anni repressa dentro quella scorza durissima, quasi impenetrabile, nascosta dal classico abito di vellutino nero, dal lupetto aderentissimo e da una barba via via sempre più corta e curata. Tanto che una sua opera era anche stata scelta da Poste italiane per un francobollo.
Il 25 giugno Matteo Boe riassaporerà la libertà, che in questi ultimi anni ha avuto modo di conoscere a sprazzi grazie ad alcuni permessi premio, durante i quali gli era sempre stato impedito di venire in Sardegna. E quando sarà libero, chissà se tornerà? Sì, tornerà sicuramente, forse non per rimanerci ma tornerà almeno per un giorno nel suo paese: Lula. Nel cimitero del paesino nel cuore della Barbagia, sono sepolte, una accanto all’altra, la mamma, che lui superscortato da decine di carabinieri era venuto a visitare più volte quando stava morendo, e l’amata figlia Luisa, appena 14enne, assassinata con una fucilata a pallettoni sul terrazzo di casa la sera del 25 novembre 2003. Matteo Boe è stato l’ultimo bandito sardo nella ristrettissima lista dei 20 criminali più pericoli d’Italia. Erano gli Anni Novanta del secolo scorso. Matteo Boe era latitante da sei anni. Insieme a un altro detenuto, Salvatore Duras, catturato pochi mesi dopo, era evaso in maniera rocambolesca dall’isola-carcere dell’Asinara nel settembre del 1986. Matteo Boe era in semilibertà e dopo aver malmenato un agente, si era tuffato in mare a Cala Tappo. Dopo poche bracciate era stato prelevato da un gommone, timonato forse dalla sua compagna dell’epoca e madre dei suoi figli, Laura Manfredi. Il gommone era stato noleggiato a Santa Teresa e poi abbandonato nel porticciolo di Stintino, dove era stato ritrovato solo molti giorni dopo quando erano state infruttuose le ricerche dell’evaso nell’isola-carcere dalla quale nessuno era mai riuscito a scappare prima di lui.
Da quel giorno di Matteo Boe si erano perse le tracce. Ma poco tempo dopo in Sardegna erano ricominciati i sequestri di persona. Prima l’imprenditore romano Giulio De Angelis, rapito nella sua villa del Piccolo Pevero nel 1988 e liberato molti mesi dopo con un orecchio mozzato. E poi il rapimento del piccolo Farouk Kassam, 7 anni, figlio del titolare di un hotel a Porto Cervo, portato via dalla villa sul colle di Pantogia il 15 gennaio 1992. Dopo una lunga prigionia, il bambino era stato liberato nel mese di luglio e anche a lui era stato mozzato l’orecchio. Da quel momento, era cominciata una gigantesca caccia all’uomo che si era conclusa il 13 ottobre 1992 a Porto Vecchio in Corsica quando gli agenti della Mobile di Sassari, coordinati dall’allora dirigente Antonello Pagliei, erano riusciti a scoprire il luogo dove si nascondeva. Quella mattina, decine di agenti delle forze speciali francesi insieme agli agenti sardi avevano fatto il blitz nell’alberghetto “le Palme” e avevano colto di sorpresa Matteo Boe mentre scendeva le scale per raggiungere la hall dove c’erano ad aspettarlo la compagna e i figli. Da quel momento, su Matteo Boe era calato il silenzio. Rotto soltanto dai brevi attimi di commozione, abilmente celati dietro il suo solito sguardo torvo, durante il concerto che gli Istentales avevano fatto nel carcere di Spoleto per fargli sentire la struggente canzone dedicata alla figlia: “Pro unu frore”. (plp)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative