La Nuova Sardegna

Grasso: «Il carcere non è una vendetta» 

di Mauro Lissia
Grasso: «Il carcere non è una vendetta» 

Il Presidente del Senato a Cagliari per presentare il suo libro sulle stragi di mafia degli anni Novanta

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CAGLIARI. Matteo Boe lascia il carcere cinque anni prima della fine pena stabilita? Totò Riina ha diritto a una morte dignitosa? Dopo quarantatrè anni vissuti da magistrato Piero Grasso non si scandalizza e sfugge alla trappola dell’istinto di vendetta: «Il punto di riferimento è sempre la legge, non vendetta ma fermezza, non pietà ma rigore, se le norme consentono determinati benefici e ci sono le condizioni per applicarli, allora vanno applicati. Esiste il principio della certezza della pena ma è previsto anche il cambiamento che avviene in carcere. In ogni caso c’è la possibilità di opporsi a qualsiasi provvedimento». A Cagliari per presentare il suo libro “Storie di sangue, amici e fantasmi” edito da Feltrinelli alla rassegna culturale Leggendo Metropolitano, Grasso non si è sottratto alla domanda delle domande, che nasce dalle ultime rivelazioni del mafioso Giuseppe Graviano, captate in carcere, sul possibile coinvolgimento di Silvio Berlusconi («ci ha chiesto una cortesia...») sulle stragi dei primi anni Novanta: «Conosco Graviano e ho avuto a che fare con lui quand’ero magistrato - avverte Grasso, parlando coi cronisti - non esprimo alcun giudizio, dico solo che il principio fondamentale cui dobbiamo attenerci è la ricerca della verità e Graviano, lo dicono le sentenze, ha avuto un ruolo importante nelle stragi e ha una grande occasione di dirci la verità di quegli anni. Si tratta di frammenti di un chiacchiericcio captato in carcere, Giovanni Falcone ci ha insegnato che servono molti dettagli, riscontri obbiettivi, per arrivare alla verità. Quindi aspettiamo, Graviano ha la possibilità di dare un futuro migliore anche al figlio generato in carcere. La legge prevede sula collaborazione, con un ravvedimento operoso può dare un grosso aiuto alla verità». Ed è pensando ai figli, ai giovani, che Grasso ha deciso di scrivere un libro di ricordi, su quegli anni attorno al 1992 quando Falcone e Borsellino sono stati uccisi aprendo un nuovo e feroce capitolo della storia d’Italia: «Credo che nessuno debba poter sbandierare l’alibi di non sapere, di non sapere che cosa è accaduto in quegli anni - spiega il Presidente del Senato - e credo che i giovani, quelli che non erano ancora nati in quei tempi, abbiano il diritto di conoscere i fatti. È importante per una sorta di rivalsa morale nei confronti di chi si nasconde. Abbiamo tutti il dovere di fare qualcosa in memoria di quegli uomini che hanno dato la loro vita anche per noi». Sollecitato dalla curiosità di una cronista, Grasso estrae dalla tasca un accendino e lo mostra: «Ce l’ho sempre, forse non mi credete ma ce l’ho sempre. E’ l’accendino d’argento appartenuto a Falcone».

Conclusa la conferenza stampa, c’è un autentico bagno di folla per Grasso, che ai Giardini comunali ha incontrato un pubblico debordante. C’era anche Francesco Pigliaru, al quale ha chiesto di poter vedere i celebri fenicotteri della Sardegna: subito l’incarico all’ufficio stampa, prossima destinazione il Molentargius.

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