Da ricercatrice a insegnante di sostegno
La storia/2. Antonella Marongiu dopo 9 anni ha detto addio ai laboratori dell’Università
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SASSARI. Sino a tre anni fa aveva concentrato le sue energie nel mondo affascinante della ricerca. Ci aveva creduto, sperava che la sua passione potesse trasformarsi in un lavoro. Nove anni dopo la laurea ha salutato i laboratori dell’università e ha iniziato una nuova avventura nella scuola. Da precaria ma con grandi aspettative per il futuro. Antonella Marongiu, 38 anni, sassarese, ha presentato la domanda per l’inserimento nelle graduatorie: un plico abbastanza ricco il suo, visto che al titolo di studio ha potuto allegare le esperienze d’insegnamento dal 2014 a oggi. Antonella si è laureata in Agraria nel 2005, subito dopo ha conseguito un dottorato in biotecnologie agroalimentari. Qualche anno dopo ha creato insieme ad altri soci un’azienda spin off nell’ambito delle biotecnologie, all’interno dell’incubatore universitario. Ma i riscontri, dopo l’interesse iniziale, sono stati scarsi e non soddisfacenti dal punto di vista economico. Antonella, madre di due bambini, ha deciso che era arrivato il momento di voltare pagina. E ha deciso di presentare domanda per l’insegnamento. «Sono inserita nella graduatoria di terza fascia – racconta – negli ultimi tre anni ho avuto la fortuna di essere chiamata spesso e di lavorare con una certa continuità. Prima una supplenza di un mese – tecnologia in una scuola media – poi nel 2015-2016 ho insegnato in tre istituti diversi: scienze degli alimenti all’Alberghiero, tecnologia alla scuola media e sostegno, sempre alla scuola media». Ogni mese Antonella Marongiu ha portato a casa uno stipendio di circa 1400 euro e molte soddisfazioni. Al punto da decidere di continuare, accantonando per sempre l’ambiente della ricerca universitaria. «Nell’anno che si è appena concluso ho lavorato da ottobre sino a giugno – spiega – dividendomi tra due scuole. In una di queste solo un collega era di ruolo. Tutti gli altri erano supplenti come me. In entrambi i casi – continua – sono stata chiamata come insegnante di sostegno». Un ruolo delicato, che Antonella ha affrontato priva di alcuna abilitazione o competenza specifica. «Gli specializzati nel sostegno sono pochissimi perché non vengono indetti i corsi di formazione. Per questo gli istituti chiamano dalle graduatorie di non abilitati. Poi sta alla coscienza di ciascuno prepararsi al meglio. Personalmente ho studiato, ho seguito dei corsi che mi hanno aiutato ad approcciarmi nel modo corretto ai bambini bisognosi del sostegno». Nel futuro lavorativo di Antonella non ci sono certezze: «Sono uno dei tantissimi precari del mondo della scuola – dice – dove la richiesta di docenti è altissima. Sarebbe bello se anche in Italia il dottorato di ricerca venisse riconosciuto come titolo abilitante all’insegnamento. In questo caso potrei già ambire a una cattedra tutta per me». (si. sa.)
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