La Nuova Sardegna

A Olbia panico attentato per i botti della festa: 3 feriti

di Dario Budroni
A Olbia panico attentato per i botti della festa: 3 feriti

I turisti sentono scoppi e fuggono ma si festeggiavano le lauree: l’incubo di Torino

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OLBIA. Un botto, poi il terrore a effetto domino. Il panico si è sviluppato in ogni angolo dell’aeroporto. In centinaia hanno creduto di trovarsi nel bel mezzo di un attentato terroristico. Qualcuno si è buttato per terra, altri si sono nascosti nei magazzini dei negozi. Altri ancora hanno pensato di mettersi in salvo tra gli scaffali della libreria. Quasi come Torino durante la finale di Champions. Poco prima delle 13, l’aeroporto Costa Smeralda ha sperimentato il panico di massa. La prima volta in Sardegna. Tutta colpa di un banale sparacoriandoli. L’aerostazione olbiese ospita l'università. E ieri era un giorno di lauree. Qualcuno, per festeggiare l’amico o il parente, ha pensato di sparare un po’ di coriandoli sulla testa del neolaureato. Il problema è che il tubo sparacoriandoli fa rumore. Quando entra in funzione il suono somiglia a quello di un petardo. E se tutto questo capita in un aeroporto stracolmo di turisti, ai tempi dell'Isis e delle esplosioni tra la folla, si rischia davvero di morire di paura. Il bilancio è questo: tre feriti lievi e tre denunciati.

Lo sparacoriandoli. Il finimondo è scoppiato all’ora di pranzo, quando l’aeroporto era pieno di passeggeri. Al primo piano, davanti alle porte del corso di laurea in Economia del turismo, sede gemmata dell’università di Sassari, un gruppo di persone attendeva l’uscita dei neolaureati della triennale. Qualcuno ha impugnato uno sparacoriandoli e lo ha azionato. Poi sono stati avvertiti altri botti ancora, quasi a raffica.

Psicosi da attentato. Al piano terra, dove ci sono bar, ristoranti e negozi, nessuno poteva immaginare che si trattasse di uno sparacoriandoli. Una famiglia di turisti francesi, che pranzava al ristorante, ha urlato ed è schizzata via. La gente attorno ha fatto lo stesso. Centinaia di persone si sono mosse insieme, si sono ammassate verso le uscite e verso i negozi. Queste le grida: «Aiuto», «Attentato», «Scappate», «Ci sparano», ovviamente in tutte le lingue. Qualcuno si è addirittura tuffato sui nastri neri del check-in. A un certo punto è caduto un manichino con indosso un costume sardo, che ai presenti è sembrato un uomo colpito da una pallottola. Il panico è quindi arrivato fino all’area partenze, al di là dei controlli di sicurezza. In tre sono finiti al pronto soccorso: una persona ha picchiato il ginocchio contro una vetrata, un’altra si è fatta male al polso, un’altra ancora è stata portata via in stato di choc.

La grande paura. Gli operatori Geasar, la società che gestisce lo scalo, hanno presto capito di cosa si trattava e hanno calmato la folla terrorizzata, insieme ai poliziotti e ai carabinieri. Ma c’è voluto qualche minuto per far tornare la situazione alla normalità. Massimiliano Frau e Lucia Mannai lavorano al ristorante e in quel momento si trovavano alla cassa: «La gente è scappata via e nella confusione sono volati piatti e tavolini. In tanti hanno cercato riparo qui da noi e in molti sono caduti per terra». Giulio Cennerilli, invece, lavora in una boutique. «Ho sentito dei rumori e tantissima gente correre verso di me – racconta –. Non mi vergogno a dirlo, la paura c’è stata. Io mi sono nascosto nel magazzino». Nel negozio di Yamamay, dove sono volati dei manichini, sono entrate decine di persone, subito accolte dalle commesse nei magazzini. Scene di panico anche alla libreria Feltrinelli. «Stavo sistemando dei libri quando, di colpo, sono entrate tantissime persone – racconta Laura Maciocco –. Ho visto anche dei bambini buttarsi per terra, tra gli scaffali».

Le conseguenze. Gli uomini della Polaria e dei carabinieri hanno identificato gli autori dei festeggiamenti e li hanno segnalati all’autorità giudiziaria. I denunciati, per procurato allarme, sarebbero tre ragazzi. «In un aeroporto non si possono tenere comportamenti che possano generare paura. A prevalere deve essere sempre il buonsenso – commenta Silvio Pippobello, ad di Geasar –. La cosa non è giustificabile, però viviamo in un posto tranquillo e chi ha usato lo sparacoriandoli forse non ha pensato alle conseguenze». Lucia Giovanelli, la preside del corso di laurea, subito dopo le proclamazioni avrebbe anche ricordato di evitare di fare baccano.

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