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Yacht a fondo per truffare l’assicurazione: 4 condanne

CAGLIARI. Prima hanno allagato uno yacht Mochi 65 nel tentativo di affondarlo nelle acque di Villasimius. Poi, con lo scafo che continuava a reggere faticosamente il mare, l’hanno raggiunto a bordo...

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CAGLIARI. Prima hanno allagato uno yacht Mochi 65 nel tentativo di affondarlo nelle acque di Villasimius. Poi, con lo scafo che continuava a reggere faticosamente il mare, l’hanno raggiunto a bordo di un gommone e hanno cercato di completare l’opera a fucilate. L’obbiettivo? Far sparire l’imbarcazione e riscuotere il premio dell’assicurazione. Colpevole di concorso in naufragio, truffa, danneggiamento e simulazione di reato l’assicuratore e broker quartese Eppe Giua è stato condannato a otto anni di carcere. Sei anni sono stati inflitti dai giudici della seconda sezione del tribunale ai complici Luca Manca, Cristian Fanni e Orlando Masala. Assolti dall’accusa di favoreggiamento Nicola Casula e Antonio Carboni. La vicenda risale al primo dicembre del 2010 quando il Teide, uno yacht di venti metri sotto sequestro giudiziario, di proprietà della A-Leasing spa di Treviso, riappare semiaffondato al largo di Villasimius con un nome diverso e viene recuperato dalla Capitaneria. A farlo inghiottire dal mare, secondo il pm Enrico Lussu, una compagnia di amici capeggiata da Giua, cui faceva gola il premio dell'assicurazione. Lo scafo è sforacchiato da alcune pallottole, dall'acqua affiora ormai soltanto la prua. Ma al controllo nel registro navale il nome risulta chiaro: è il Teide, una vecchia conoscenza dell'autorità marittima perché a bordo di quell'imbarcazione, due anni prima, Eppe Giua aveva cercato di portare in Sardegna un giovane clandestino, beccandosi per quel fatto una condanna. Stavolta però la vicenda appare più grossa: si scopre infatti che lo yacht, sparito dal porto di Villasimius, non era stato rubato ma era finito al centro di un tentativo di truffa. Prima di farlo prelevare poco prima dell'alba dal porto di Villasimius e poi abbandonarlo alla deriva, dopo averne forato lo scafo a colpi d'arma da fuoco, Giua - stando alle accuse - si era infatti procurato una perizia compiacente sul valore della barca, 900 mila euro, contro i 450 mila indicati nel contratto di leasing, per poi ottenere dalla Wba srl e dai Lloyd's di Londra un'estensione delle garanzie assicurative. Titolare del contratto di leasing era lo scomparso Francesco Rapetti, il cui nome - per l’accusa - doveva servire a Giua come copertura. Per il difensore Leonardo Filippi non c’è stata alcuna truffa. (m.l)

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