La Nuova Sardegna

Perticarà: verdetto che non capisco

di Giampaolo Meloni
Perticarà: verdetto che non capisco

Il legale dei parenti di Anna Ragnedda: la storia di Olbia imponeva di agire subito

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OLBIA. I canali tombati, le lottizzazioni urbanizzate a pochi metri dagli scarichi soffocati da erbacce e macerie. Poche gocce di pioggia sarebbero bastate per scatenare l’esondazione. Come fermare la furia di Cleopatra quel 18 novembre? La pioggia incessante che ha gonfiato all’inverosimile l’acqua, spinta oltre i livelli stradali e rapidamente all’interno delle abitazioni riempiendo scantinati, trasformando soggiorni, cucine, camere da letto in trappole accumulava forza metro dopo metro. Acqua sempre più alta. Una violenza debordata dai canali ostruiti e orlati di abitazioni cresciute come l’erba in cinquant’anni. «E la storia di Olbia che tutti conosciamo, dal 1963. Uno scenario che non poteva essere ignorato in una situazione di quella gravità. E che avrebbe dovuto indurre a intervenire rapidamente».

Le ferite della tragedia e il dolore delle vite cancellate dall’alluvione del 2013 restano vive anche nelle parole di un avvocato di rigorosa professione come Mario Perticarà. Nel processo che l’altro ieri si è concluso nel Tribunale di Tempio con l’assoluzione piena di tutti gli imputati e nelle fasi successive (si andrà in Appello), il penalista rappresenta i familiari di Anna Ragnedda, una delle donne morte nell’alluvione. «È una sentenza che non comprendiamo», osserva a poche ore dal giudizio che ha scatenato in aula una reazione indignata dei parenti delle vittime.

Si poteva evitare il dramma? Si poteva scongiurare un bilancio così doloroso? Forse non c’è una risposta netta, definitiva. «Di certo si poteva e doveva intervenire. Perché con queste lottizzazioni e queste urbanizzazioni, queste case costruite a pochi metri dai canali non puliti, vicini alla scuola Maria Rocca, non dovevano essere fatti», ribadisce l’avvocato. «Quando l’allerta è arrivata – osserva – era indicativa della situazione che si sarebbe generata». Il cuore della tragedia è nella storia urbanistica della città. Cemento e mattoni, anno dopo anno, per lungo tempo ai margini della normativa urbanistica, spesso oltre e con sciagurata propensione a tombare i canali. Con tanta frequenza e bulimia volumetrica da richiedere le misure di correzione estrema attraverso 17 piani di risanamento. Uno scenario pregresso che convince l’avvocato Perticarà a una valutazione temporale più ampia dei perimetri indicati dall’inchiesta, per cui sostiene che «tutte le amministrazioni erano a conoscenza del tessuto urbanistico di Olbia e che quella situazione avrebbe richiesto maggiore attenzione». E qui si divaricano le strade tra la difesa degli imputati e le parti civili, perchè, dice l’avvocato Perticarà, «pur conoscendo la situazione urbanistica non è stato dato l’allarme». Era scritto nelle carte, nota ancora l’avvocato, «perché alla Protezione civile lavorarono professionisti attendibili, e quando mandano un avviso tu devi cercare di correre ai ripari». Ora la vicenda è chiusa in questo Tribunale, ma andrà avanti, in Appello.



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