Vertenza accantonamenti Pds a Pigliaru: è colpa tua
Strappo degli alleati sulla trattativa in corso tra la Regione e il governo L’accusa al presidente: «Prima gli errori nel negoziato, ora fa la questua»
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CAGLIARI. Mai era stato così duro, neanche se nel frattempo fosse passato all’opposizione, oppure la verità è questa: il Partito dei sardi sta per uscire dalla maggioranza. Allora sì che, con cinque voti in meno, sarebbe crisi vera per il centrosinistra, in Consiglio regionale, con sul tappeto ancora un’infinità di problemi: sanità, urbanistica, finanziaria e molto altro ancora senza forse arrivare neanche alla scadenza naturale del 2019.
Lo scontro. Con 500 parole di sicuro ancora più taglienti delle rasoiate quotidiane sul web del suo presidente ed ex assessore Paolo Maninchedda sulla pelle della giunta, all’improvviso, o forse no, il gruppo del Pds in Consiglio ha messo assieme un atto d’accusa, mirato alla persona, contro Francesco Pigliaru. È questo, in estrema sintesi: governatore, se con lo Stato non riusciamo a trattare alla pari, «la colpa è tua». E siccome il testo al vetriolo è incentrato sulla vertenza accantonamenti – sono i 684 milioni dei sardi che finiscono ogni anno nel pozzo del debito pubblico nazionale e tra l’altro 48 ore fa, a Roma, guarda caso è ripreso il confronto per dimezzarli – ecco anche un altro passaggio testuale della feroce requisitoria. Finora la Regione ha condotto col «governo italiano – si legge – un negoziato rivelatosi ingenuo nelle forme, come certificato in modo esplicito e umiliante dalla Corte costituzionale, e dannoso nelle conseguenze» soprattutto dopo il ritiro dei ricorsi, nel 2014, che invece «a suo tempo erano stati giustamente incardinati» dal centrodestra. Ancora in estrema sintesi e per capire meglio: Pigliaru – secondo il Pds – ha sbagliato ad aver avuto fiducia nella controparte, mentre Cappellacci, era lui il presidente nel 2013, ha fatto «molto bene a presentare quei ricorsi».
Il faccia a faccia. Peggio di così cosa c’è? Solo una crisi al buio o forse questa frase che Pigliaru avrebbe detto al capogruppo del Pds Gianfranco Congiu durante un incrocio, pare cercato con insistenza, alla fine della seduta del Consiglio sulla riforma degli ospedali. «Questuanti saranno i tuoi amici», sarebbero state le parole esatte riportate subito da diversi testimoni. Reazione dura, caratteriale, quella di Pigliaru, ma inevitabile dopo che aveva letto altri due passaggi di quel comunicato bulldozer. Questi: «Basta errori e questua, servono dignità e sovranità», e poi «noi censuriamo il comportamento di un presidente, che resta politicamente inerte su un argomento (è l’Agenzia sarda delle entrate impugnata dal governo) su cui, a suo tempo, aveva ricevuto, un preciso mandato elettorale, mentre continua invece ad agire confusamente su una materia (gli accantonamenti) non concordata con la maggioranza, rischiando di produrre un nuovo errore (la ripresa delle trattative) nel tentativo di rimediare ad altri commessi in precedenza». Però prima d’ipotizzare quello che potrebbe accadere domani, è rimasto ancora senza un finale il siparietto Pigliaru e Congiu. Ecco l’ultimo fotogramma raccontato dai testimoni: il capogruppo, senza mai guardare in faccia il governatore, avrebbe girato i tacchi sui titoli di coda non solo forse di questo faccia a faccia.
Aria pesante. Ormai è un matrimonio finito quello fra Pigliaru e il Partito dei sardi? Di sicuro è stato turbolento sin dall’inizio, con Maninchedda, era assessore ai lavori pubblici, che non partecipò per protesta alla giunta che votava il ritiro dei ricorsi presentati nel 2013. Poi quel matrimonio è diventato sempre più tempestoso dalle dimissioni in poi, a fine maggio, dello stesso Maninchedda. Storia finita? Chissà. I dubbi restano perché, guarda caso, giorni fa sono stati proprio i voti del Pds a salvare il centrosinistra dalla sconfitta su un emendamento dell’opposizione sull’ospedale di Nuoro. Senza i sovranisti, rimasti comunque ribelli anche dopo il rimpasto preteso a giugno, il cielo sarebbe già venuto giù in Consiglio, nelle segreterie di partito e a Villa Devoto. Ma forse l’apocalisse è solo rinviata.
La replica. Col suo attacco frontale, il Pds però qualcosa l’ha ottenuta in fretta: la prossima settimana Pigliaru, come ha detto in aula, dopo essere stato sollecitato dal centrodestra e non dalla maggioranza, metterà al corrente l’Assemblea delle trattative avviate con lo Stato. Con una precisazione sempre del governatore: «Non ci sarà alcun accordo senza prima un passaggio in Consiglio, che mai sarà tenuto all’oscuro di quanto accadrà a Roma da mercoledì prossimo (è la data del secondo vertice a Roma) in poi». Con, in chiusura di giornata, un richiamo ai «doveri dell’alleanza» del capogruppo del Pd Pietro Cocco: «Invito il Partito dei sardi ad abbassare i toni dello scontro su argomenti sui quali non ha l’esclusiva. Sono patrimonio di tutto il centrosinistra». Seguito da quello del segretario del Pd Giuseppe Luigi Cucca: «Non è certo questo il momento di sferrare attacchi e provocare divisioni. Avrebbero solo l’effetto di indebolirci in una trattativa appena cominciata». (ua)
Lo scontro. Con 500 parole di sicuro ancora più taglienti delle rasoiate quotidiane sul web del suo presidente ed ex assessore Paolo Maninchedda sulla pelle della giunta, all’improvviso, o forse no, il gruppo del Pds in Consiglio ha messo assieme un atto d’accusa, mirato alla persona, contro Francesco Pigliaru. È questo, in estrema sintesi: governatore, se con lo Stato non riusciamo a trattare alla pari, «la colpa è tua». E siccome il testo al vetriolo è incentrato sulla vertenza accantonamenti – sono i 684 milioni dei sardi che finiscono ogni anno nel pozzo del debito pubblico nazionale e tra l’altro 48 ore fa, a Roma, guarda caso è ripreso il confronto per dimezzarli – ecco anche un altro passaggio testuale della feroce requisitoria. Finora la Regione ha condotto col «governo italiano – si legge – un negoziato rivelatosi ingenuo nelle forme, come certificato in modo esplicito e umiliante dalla Corte costituzionale, e dannoso nelle conseguenze» soprattutto dopo il ritiro dei ricorsi, nel 2014, che invece «a suo tempo erano stati giustamente incardinati» dal centrodestra. Ancora in estrema sintesi e per capire meglio: Pigliaru – secondo il Pds – ha sbagliato ad aver avuto fiducia nella controparte, mentre Cappellacci, era lui il presidente nel 2013, ha fatto «molto bene a presentare quei ricorsi».
Il faccia a faccia. Peggio di così cosa c’è? Solo una crisi al buio o forse questa frase che Pigliaru avrebbe detto al capogruppo del Pds Gianfranco Congiu durante un incrocio, pare cercato con insistenza, alla fine della seduta del Consiglio sulla riforma degli ospedali. «Questuanti saranno i tuoi amici», sarebbero state le parole esatte riportate subito da diversi testimoni. Reazione dura, caratteriale, quella di Pigliaru, ma inevitabile dopo che aveva letto altri due passaggi di quel comunicato bulldozer. Questi: «Basta errori e questua, servono dignità e sovranità», e poi «noi censuriamo il comportamento di un presidente, che resta politicamente inerte su un argomento (è l’Agenzia sarda delle entrate impugnata dal governo) su cui, a suo tempo, aveva ricevuto, un preciso mandato elettorale, mentre continua invece ad agire confusamente su una materia (gli accantonamenti) non concordata con la maggioranza, rischiando di produrre un nuovo errore (la ripresa delle trattative) nel tentativo di rimediare ad altri commessi in precedenza». Però prima d’ipotizzare quello che potrebbe accadere domani, è rimasto ancora senza un finale il siparietto Pigliaru e Congiu. Ecco l’ultimo fotogramma raccontato dai testimoni: il capogruppo, senza mai guardare in faccia il governatore, avrebbe girato i tacchi sui titoli di coda non solo forse di questo faccia a faccia.
Aria pesante. Ormai è un matrimonio finito quello fra Pigliaru e il Partito dei sardi? Di sicuro è stato turbolento sin dall’inizio, con Maninchedda, era assessore ai lavori pubblici, che non partecipò per protesta alla giunta che votava il ritiro dei ricorsi presentati nel 2013. Poi quel matrimonio è diventato sempre più tempestoso dalle dimissioni in poi, a fine maggio, dello stesso Maninchedda. Storia finita? Chissà. I dubbi restano perché, guarda caso, giorni fa sono stati proprio i voti del Pds a salvare il centrosinistra dalla sconfitta su un emendamento dell’opposizione sull’ospedale di Nuoro. Senza i sovranisti, rimasti comunque ribelli anche dopo il rimpasto preteso a giugno, il cielo sarebbe già venuto giù in Consiglio, nelle segreterie di partito e a Villa Devoto. Ma forse l’apocalisse è solo rinviata.
La replica. Col suo attacco frontale, il Pds però qualcosa l’ha ottenuta in fretta: la prossima settimana Pigliaru, come ha detto in aula, dopo essere stato sollecitato dal centrodestra e non dalla maggioranza, metterà al corrente l’Assemblea delle trattative avviate con lo Stato. Con una precisazione sempre del governatore: «Non ci sarà alcun accordo senza prima un passaggio in Consiglio, che mai sarà tenuto all’oscuro di quanto accadrà a Roma da mercoledì prossimo (è la data del secondo vertice a Roma) in poi». Con, in chiusura di giornata, un richiamo ai «doveri dell’alleanza» del capogruppo del Pd Pietro Cocco: «Invito il Partito dei sardi ad abbassare i toni dello scontro su argomenti sui quali non ha l’esclusiva. Sono patrimonio di tutto il centrosinistra». Seguito da quello del segretario del Pd Giuseppe Luigi Cucca: «Non è certo questo il momento di sferrare attacchi e provocare divisioni. Avrebbero solo l’effetto di indebolirci in una trattativa appena cominciata». (ua)
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