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Pinna, perizia rigettata Il Pg: confermate i 20 anni

La difesa punta sull’immaturità psichica. Il procuratore: è solo balentia


27 ottobre 2017 di Nadia Cossu


SASSARI. «Paolo Enrico Pinna non era capace di intendere e di volere al momento dei fatti per cui è a processo. Lo dimostra anche la consulenza fatta su incarico della difesa in seguito all’evasione del ragazzo dal carcere minorile di Quartucciu dalla quale emerge che presenta un “disturbo da immaturità psichica”».

La perizia psichiatrica negata. Sulla base di questo presupposto gli avvocati Angelo Merlini e Agostinangelo Marras – difensori del diciannovenne già condannato in primo grado a vent’anni per gli omicidi di Gianluca Monni (ammazzato a fucilate a Orune l’8 maggio 2015) e di Stefano Masala (ucciso e fatto sparire il 7 maggio 2015) – hanno chiesto al presidente Maria Teresa Spanu che Paolo Enrico Pinna venisse sottoposto a perizia psichiatrica. Istanza che i giudici della sezione della corte d’appello di Sassari hanno rigettato. E istanza alla quale ha replicato anche il procuratore generale Paolo de Falco: «Pinna non è un immaturo psichico, tanto meno ha una personalità narcisista. Quelli che voi descrivete sono i tratti tipici della personalità del balente». E ha concluso la sua requisitoria chiedendo la conferma della condanna a vent’anni di carcere.

L’udienza. È partito con questa novità il processo d’appello nei confronti del giovane di Nule al quale lo scorso 6 aprile è stato inflitto il massimo della pena prevista per un minore ritenuto colpevole di omicidio: 20 anni. In questo caso i delitti attribuiti a Paolo Pinna – in concorso con il cugino Alberto Cubeddu (sotto processo a Nuoro) – sono due, perché entrambi devono rispondere dell’uccisione dello studente Monni e di quella di Masala di cui avrebbero fatto sparire anche il cadavere.

La novità della tesi difensiva. Secondo la difesa, però, Pinna avrebbe una immaturità tale da spingerlo a comportamenti come quello di evadere a bordo di un trattore per poi rifugiarsi in una chiesa e aspettare di parlare con il sacerdote seduto sul primo banco in mezzo ai fedeli (come era successo ad agosto).

La consulenza di parte. I tratti ricostruiti dal consulente di parte che aveva esaminato Pinna proprio dopo la rocambolesca fuga da Quartucciu, descrivono un giovane che «mostra un certo distacco rispetto ai fatti per cui si procede, che prova un sottile compiacimento per il ruolo che i media gli attribuiscono nella vicenda». Inoltre, come emergerebbe dalle relazioni degli operatori sociali, «Pinna si preoccupa principalmente della cura del proprio aspetto fisico e del conseguimento della patente di guida e non riesce a relazionarsi in profondità con gli altri, in particolare con gli operatori dell’istituto di pena». Sempre in base a quella consulenza che, come ricorda il pg De Falco «è stata fatta due anni dopo i fatti per cui si è in appello», il 19enne presenterebbe «un disturbo narcisistico della personalità». Il consulente spiega che «l’attenzione alla propria immagine sociale costituisce un tratto pervasivo della sua personalità e rappresenta, insieme al perseguimento di un ruolo da leader sociale nel proprio micro-ambiente, il suo unico obiettivo di vita».

«Sono innocente». Durante l’udienza Paolo Pinna ha chiesto la parola: «Sono innocente, non c’entro nulla». Poi si è interrotto e il processo è andato avanti.

La replica del pg. Il procuratore generale ha replicato punto per punto alla tesi difensiva. In particolare, l’immaturità cui fa riferimento il consulente, per De Falco è casomai «assenza di valori nobili». In una società «dominata dal mito della velina, dei calciatori e della vincita al superenalotto», atteggiamenti come «la cura del proprio corpo, l’autocompiacimento per il ruolo assunto in ragione dei media e l’assenza di una capacità di analisi e critica profonda sui fatti della propria vita sono tratti comuni come minimo al 50 per cento non solo degli adolescenti ma anche dei maggiorenni, senza che ciò comporti alcuna menomazione della propria sfera intellettiva o alcuna patologia».

«Pinna è un balente». Secondo il pg Pinna è solo un “balente”. «E la balentia – aggiunge – non sembra proprio rientrare tra i vizi di mente che influiscono sulla capacità di intendere e di volere o sulla maturità di Pinna».

De Falco ha poi ripercorso i punti chiave della sentenza di primo grado partendo dall’episodio “scatenante” della lite di Cortes Apertas a Orune il 13 dicembre 2014, individuato come «movente dell’omicidio Monni» per toccare poi altri argomenti come la personalità mite di Stefano Masala che non aveva alcun motivo per uccidere Monni né era «potenzialmente il tipo da commettere un omicidio premeditato». E quindi le «conferme di tabulati telefonici e perizie», «l’ammissione da parte di Taras dell’aiuto fornito a Cubeddu nell’occultamento e nell’incendio dell’auto di Masala e i tentativi di intimidire lo stesso Taras e di fargli cambiare versione», oltre ai «dialoghi intercettati che dimostrano la colpevolezza dei due cugini». Smonta, il pg, anche il “clamore mediatico” che a detta della difesa avrebbe influenzato le conversazioni intercorse tra i familiari di Pinna.

Richieste accolte. I giudici hanno accolto la consulenza sul cellulare di Pinna per dimostrare che l’imputato aprì un messaggio alle 6.40 del mattino dell’8 maggio (giorno del delitto Monni) e quindi era impossibile che il giovane a quell’ora fosse a Orune. Il processo riprenderà il 6 novembre con l’avvocato Marras.

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