Anche nell’isola crescono tra i giovani i casi di anoressia
di Gabriella Grimaldi
In Sardegna ogni anno 8 nuove pazienti per 100mila donne Ma è diffusa pure tra gli uomini: 0,02 ogni 100mila
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SASSARI. Si comincia controllando ossessivamente la bilancia, le etichette con l’indicazione delle calorie. Si continua con l’idea fissa della salute fisica, con gli allenamenti stremanti, con le continue privazioni, con il salto dei pasti. Si va avanti vomitando tutto ciò che si è mangiato. Si finisce per trascinarsi dietro un corpo scheletrico. Si muore di fame in città e Paesi dove l’unica cosa a non scarseggiare è il cibo. È l’anoressia, il male psichico che in Sardegna, come nel resto d’Italia e d’Europa, registra ogni anno 8 nuovi casi per 100mila donne in un anno e 0,02 ogni 100mila uomini. Un dato in costante crescita.
Con la differenza, però, che nella nostra isola i dati sono estremamente frammentari, un po’ perché si tratta di un grave disturbo che può essere tenuto nascosto per anni e quindi rimanere sottotraccia, un po’ perché non esistono strutture specificamente dedicate a questa patologia. Uno degli effetti collaterali è la “migrazione” dei pazienti verso centri della Penisola, il tutto a carico della Regione. Ecco perché l’associazione Canne al Vento di Sassari, organizzatrice assieme a Siridap del 2° congresso nazionale “E ho visto i tuoi occhi” in programma all’hotel Catalunya di Alghero il 3 e 4 novembre, sta portando avanti una battaglia perché l’assessorato regionale alla Sanità riconosca la necessità di creare strutture pubbliche che prendano in carico le adolescenti (15-19 anni è l’età in cui maggiormente si manifesta il disturbo) e le aiuti con percorsi di riabilitazione nutrizionale e psichica, a liberarsi da questo fardello. Intanto stanno cominciando a nascere gruppi, sia di ragazze che condividono questo problema e vogliono curarsi, sia di genitori che in questo modo possono confrontarsi e tentare di capire le ragioni di un comportamento così estremo da mettere a rischio giovani vite.
«È un bene che si allarghi l’intervento delle comunità dove i ragazzi vengono seguiti secondo criteri multidisciplinari e dove si possono confrontare fra loro», dice lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, fondatore del Minotauro centro milanese all’avanguardia nelle terapie per i disturbi alimentari. Ad Alghero interverrà con una relazione dal titolo “Che fine fanno gli ideali anoressici nel percorso di crescita e nella definizione dell’identità?”. «Ideali perché alla base di questi comportamenti - spiega - c’è un senso di ribellione all’idea che il proprio corpo di donna serva alla riproduzione e comunque rappresenti un modo di dipendere dagli uomini o dai figli. Le ragazze che hanno questi pensieri patologici riducono il proprio corpo alla sola funzionalità del mangiare per sopravvivere, e non sempre riescono a rimanere dentro un equilibrio vitale. Una estrema dichiarazione di autonomia da tutto e da tutti, per certi versi rispettabile, che però può portare a gravissime conseguenze».
Un disturbo, quello del rapporto con il cibo, che peraltro sta cominciando a “tracimare” dalla platea consolidata. Si individuano sempre più spesso, aggiunge il professor Charmet, casi tra i bambini in età preadolescenziale ma anche tra i maschi, sebbene l’anoressia e la bulimia coinvolgano ancora oggi, per il 95,9 dei casi, il genere femminile. E affiorano anche nuove teorie per spiegare un male che porta migliaia di ragazze a rifiutare con determinazione il cibo, a condurre una vita fatta di ferrea disciplina, a scolpirsi addosso un corpo virginale e, successivamente a ingerire in un colpo, tutto il cibo del mondo per poi vomitarlo. Si parla di cause di tipo neurobiologico, non solo ambientali, e di familiarità. La ricerca va avanti perché non si debba più morire di fame circondate dal cibo. Oltre l’anoressia ci sono tante donne che, con le cure adeguate, possono riprendere in mano la propria vita.
Con la differenza, però, che nella nostra isola i dati sono estremamente frammentari, un po’ perché si tratta di un grave disturbo che può essere tenuto nascosto per anni e quindi rimanere sottotraccia, un po’ perché non esistono strutture specificamente dedicate a questa patologia. Uno degli effetti collaterali è la “migrazione” dei pazienti verso centri della Penisola, il tutto a carico della Regione. Ecco perché l’associazione Canne al Vento di Sassari, organizzatrice assieme a Siridap del 2° congresso nazionale “E ho visto i tuoi occhi” in programma all’hotel Catalunya di Alghero il 3 e 4 novembre, sta portando avanti una battaglia perché l’assessorato regionale alla Sanità riconosca la necessità di creare strutture pubbliche che prendano in carico le adolescenti (15-19 anni è l’età in cui maggiormente si manifesta il disturbo) e le aiuti con percorsi di riabilitazione nutrizionale e psichica, a liberarsi da questo fardello. Intanto stanno cominciando a nascere gruppi, sia di ragazze che condividono questo problema e vogliono curarsi, sia di genitori che in questo modo possono confrontarsi e tentare di capire le ragioni di un comportamento così estremo da mettere a rischio giovani vite.
«È un bene che si allarghi l’intervento delle comunità dove i ragazzi vengono seguiti secondo criteri multidisciplinari e dove si possono confrontare fra loro», dice lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, fondatore del Minotauro centro milanese all’avanguardia nelle terapie per i disturbi alimentari. Ad Alghero interverrà con una relazione dal titolo “Che fine fanno gli ideali anoressici nel percorso di crescita e nella definizione dell’identità?”. «Ideali perché alla base di questi comportamenti - spiega - c’è un senso di ribellione all’idea che il proprio corpo di donna serva alla riproduzione e comunque rappresenti un modo di dipendere dagli uomini o dai figli. Le ragazze che hanno questi pensieri patologici riducono il proprio corpo alla sola funzionalità del mangiare per sopravvivere, e non sempre riescono a rimanere dentro un equilibrio vitale. Una estrema dichiarazione di autonomia da tutto e da tutti, per certi versi rispettabile, che però può portare a gravissime conseguenze».
Un disturbo, quello del rapporto con il cibo, che peraltro sta cominciando a “tracimare” dalla platea consolidata. Si individuano sempre più spesso, aggiunge il professor Charmet, casi tra i bambini in età preadolescenziale ma anche tra i maschi, sebbene l’anoressia e la bulimia coinvolgano ancora oggi, per il 95,9 dei casi, il genere femminile. E affiorano anche nuove teorie per spiegare un male che porta migliaia di ragazze a rifiutare con determinazione il cibo, a condurre una vita fatta di ferrea disciplina, a scolpirsi addosso un corpo virginale e, successivamente a ingerire in un colpo, tutto il cibo del mondo per poi vomitarlo. Si parla di cause di tipo neurobiologico, non solo ambientali, e di familiarità. La ricerca va avanti perché non si debba più morire di fame circondate dal cibo. Oltre l’anoressia ci sono tante donne che, con le cure adeguate, possono riprendere in mano la propria vita.
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