Stefano Melis (ricciaI CAGLIARI)
«Razionalizzare, non proibire»
I produttori del capoluogo: «La tradizione esiste grazie a noi»
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CAGLIARI. «Non siamo certo quelli che vogliono sfruttare la risorsa oltre il limite». Stefano Melis, presidente dei produttori cagliaritani, è figlio del decano dei ricciai del capoluogo e afferma di aver ben presente la necessità di preservare il prezioso frutto dei fondali. «Siamo noi ad aver fatto richiesta già gli scorsi anni di ridurre la pressione della pesca – dice – , ad aver richiesto il libretto, la riduzione delle giornate e delle ore lavorative. È tutto documentato. La proposta che portiamo avanti da anni è: peschiamo tutti di meno, razionalizziamo l’attività con una pesca sostenibile e responsabile».
Melis parla anche di una diversa politica dei prezzi: «In Sicilia vendono il riccio un euro al pezzo. Mangiare la polpa di ricci non è una prescrizione medica, si deve arrivare all’idea di pagarla a un prezzo più equo. Non dico come in Giappone, dove costa 700 euro al chilo. A noi la pagano 60 euro per poi arrivare a venderla fino a 180 nei centri di trasformazione. E i ristoranti, che da 100 grammi ricavano sei piatti di spaghetti, quindi da un chilo 60 a 15 euro ciascuno? Sarebbe ora di effettuare più controlli, perché in troppi marciano sulla nostra fatica».
E sulla diatriba con i cabraresi, precisa che i problemi sono solo con una delle due fazioni, quella minoritaria. «Facile dire: la risorsa è in estinzione, noi siamo a casa nostra e qua peschiamo solo noi. Potremmo anche sopravvivere pescando solo nel nostro compartimento marittimo, come alcuni pretendono, ma se poi vedi arrivare fiumi di polpa di riccio dal Sinis nei ristoranti cagliaritani a prezzi concorrenziali, come accade in estate, non ci stiamo più. La tradizione del riccio l’abbiamo creata a Cagliari. E se ci proibiscono di pescare là, loro non venderanno nulla da noi. Una delle due associazioni ha capito il discorso e con l’assessore Caria c’è un’intesa totale su questo discorso». Melis lancia strali contro la polpa di riccio proveniente dalla Mauritania, spacciata per sarda nonostante la pessima qualità con gravi danni per il mercato. E afferma che «è giunta l’ora di restituire al mare quanto ci dà: ci sono collaborazioni con l’università per studiare il ripopolamento tramite l’echinocoltura (l’allevamento dei ricci, ndc). Vogliamo che i nostri figli continuino a godere di questa risorsa». (apalm)
Melis parla anche di una diversa politica dei prezzi: «In Sicilia vendono il riccio un euro al pezzo. Mangiare la polpa di ricci non è una prescrizione medica, si deve arrivare all’idea di pagarla a un prezzo più equo. Non dico come in Giappone, dove costa 700 euro al chilo. A noi la pagano 60 euro per poi arrivare a venderla fino a 180 nei centri di trasformazione. E i ristoranti, che da 100 grammi ricavano sei piatti di spaghetti, quindi da un chilo 60 a 15 euro ciascuno? Sarebbe ora di effettuare più controlli, perché in troppi marciano sulla nostra fatica».
E sulla diatriba con i cabraresi, precisa che i problemi sono solo con una delle due fazioni, quella minoritaria. «Facile dire: la risorsa è in estinzione, noi siamo a casa nostra e qua peschiamo solo noi. Potremmo anche sopravvivere pescando solo nel nostro compartimento marittimo, come alcuni pretendono, ma se poi vedi arrivare fiumi di polpa di riccio dal Sinis nei ristoranti cagliaritani a prezzi concorrenziali, come accade in estate, non ci stiamo più. La tradizione del riccio l’abbiamo creata a Cagliari. E se ci proibiscono di pescare là, loro non venderanno nulla da noi. Una delle due associazioni ha capito il discorso e con l’assessore Caria c’è un’intesa totale su questo discorso». Melis lancia strali contro la polpa di riccio proveniente dalla Mauritania, spacciata per sarda nonostante la pessima qualità con gravi danni per il mercato. E afferma che «è giunta l’ora di restituire al mare quanto ci dà: ci sono collaborazioni con l’università per studiare il ripopolamento tramite l’echinocoltura (l’allevamento dei ricci, ndc). Vogliamo che i nostri figli continuino a godere di questa risorsa». (apalm)
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