La difesa di Paolo Pinna: Masala l’8 maggio era vivo
di Nadia Cossu
In appello a Sassari l’avvocato Marras cerca di smontare la tesi dell’accusa «Tabulati e testimonianze dimostrano che non può essere stato ucciso il 7»
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SASSARI. «Stefano Masala non è stato ucciso la sera del 7 maggio 2015 tra le 21 e le 22.15. L’8 maggio lui era vivo. E lo dimostrano testimonianze, tabulati, celle telefoniche agganciate». L’avvocato Agostinangelo Marras parte da questa constatazione per tentare di smontare tutto l’impianto accusatorio che ha portato, in primo grado, alla condanna a vent’anni di carcere del 19enne di Nule Paolo Enrico Pinna.
Il giovane è accusato di aver ammazzato a fucilate – in concorso con il cugino di Ozieri Alberto Cubeddu – lo studente di Orune Gianluca Monni (l’8 maggio di due anni fa) e il nulese Stefano Masala (il 7 maggio). Di quest’ultimo avrebbe anche fatto sparire il cadavere per poter usare la sua auto il giorno successivo per raggiungere Orune, uccidere Gianluca e far ricadere su di lui la colpa.
L’arringa in appello. Dalle 10 alle 15.30, in mezzo una pausa durata poco meno di un’ora. L’avvocato Marras – che difende Pinna insieme al collega Angelo Merlini – in circa cinque ore di discussione ha provato a far vacillare una delle certezze della Procura: la collocazione della morte di Stefano Masala tra le 21 e le 22.15 del 7 maggio. «Il giudice nelle motivazioni della sentenza di primo grado – spiega il legale – scrive che Stefano scompare alle 21 del 7 maggio dopo aver incontrato Paolo Pinna che viene poi visto alle 22.20 al Planet bar di Nule. Verosimilmente quindi la morte di Masala viene collocata dall’accusa in quella fascia oraria». Ed è a questo punto che Agostinangelo Marras prende in mano gli atti del processo e come prima cosa ricorda la testimonianza di Riccardo Crasta (amico di Stefano). «Nelle prime dichiarazioni che questo ragazzo fa ai familiari di Stefano alle 2 del mattino del 9, racconta di aver visto Stefano alle 20.30 del 7 al bar Planet dove avrebbe risposto a una telefonata di Paolo Pinna. Poi negherà questa circostanza, peccato però che la telefonata di Pinna a Masala risulti dai tabulati. E Crasta dice anche di aver visto Pinna nello stesso bar alle 21.30. Poi negherà anche questo. Ora, a mio avviso, Stefano esce dal Planet e incontra realmente Paolo Pinna (cosa peraltro che il nostro assistito non ha mai negato) ma poi si separano e infatti Pinna torna al bar alle 21.30. All’interno di questo quadro si inserisce la testimonianza di alcune persone che dicono di aver visto Stefano prima delle 21 con un giovane e alle 21.05 viene invece segnalata la sua presenza in macchina davanti a un altro bar, da solo stavolta. E a questo proposito suo padre Marco l’8 maggio riferisce alla figlia Valentina che alcune persone avrebbero visto Stefano alle 21.30 davanti a un bar di Nule». Minuti, orologi alla mano, tabulati. «Gli orari non tornano – sottolinea Marras – e quindi salta l’impianto accusatorio».
Stefano vivo l’8 maggio. «È il suo stesso padre a riconoscerlo nelle immagini delle telecamere, l’8 mattina a Orune. Non siamo noi a dirlo, lo ha detto suo padre ai carabinieri. Mentre la sera dell’8 un altro testimone lo vede alle 21.30 alla periferia di Pattada, da solo in macchina, a pochi passi dal luogo in cui è stata incendiata la sua auto. Punto in cui i cani molecolari segnalano tracce di Stefano.
Le dichiarazioni di Taras. Il difensore chiama in causa ancora una volta il supertestimone che (ignaro di tutto) accompagnò Cubeddu nella zona in cui fu data alle fiamme la Opel Corsa di Stefano. «Il suo telefono e quello di Cubeddu alle 23.24 agganciano la cella telefonica di Nughedu San Nicolò. E se l’auto è stata incendiata verosimilmente verso le 23.30 come possono aver percorso 40 chilometri in nemmeno 10 minuti?». Il processo riprenderà giovedì con la discussione dell’altro avvocato difensore Angelo Merlini.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il giovane è accusato di aver ammazzato a fucilate – in concorso con il cugino di Ozieri Alberto Cubeddu – lo studente di Orune Gianluca Monni (l’8 maggio di due anni fa) e il nulese Stefano Masala (il 7 maggio). Di quest’ultimo avrebbe anche fatto sparire il cadavere per poter usare la sua auto il giorno successivo per raggiungere Orune, uccidere Gianluca e far ricadere su di lui la colpa.
L’arringa in appello. Dalle 10 alle 15.30, in mezzo una pausa durata poco meno di un’ora. L’avvocato Marras – che difende Pinna insieme al collega Angelo Merlini – in circa cinque ore di discussione ha provato a far vacillare una delle certezze della Procura: la collocazione della morte di Stefano Masala tra le 21 e le 22.15 del 7 maggio. «Il giudice nelle motivazioni della sentenza di primo grado – spiega il legale – scrive che Stefano scompare alle 21 del 7 maggio dopo aver incontrato Paolo Pinna che viene poi visto alle 22.20 al Planet bar di Nule. Verosimilmente quindi la morte di Masala viene collocata dall’accusa in quella fascia oraria». Ed è a questo punto che Agostinangelo Marras prende in mano gli atti del processo e come prima cosa ricorda la testimonianza di Riccardo Crasta (amico di Stefano). «Nelle prime dichiarazioni che questo ragazzo fa ai familiari di Stefano alle 2 del mattino del 9, racconta di aver visto Stefano alle 20.30 del 7 al bar Planet dove avrebbe risposto a una telefonata di Paolo Pinna. Poi negherà questa circostanza, peccato però che la telefonata di Pinna a Masala risulti dai tabulati. E Crasta dice anche di aver visto Pinna nello stesso bar alle 21.30. Poi negherà anche questo. Ora, a mio avviso, Stefano esce dal Planet e incontra realmente Paolo Pinna (cosa peraltro che il nostro assistito non ha mai negato) ma poi si separano e infatti Pinna torna al bar alle 21.30. All’interno di questo quadro si inserisce la testimonianza di alcune persone che dicono di aver visto Stefano prima delle 21 con un giovane e alle 21.05 viene invece segnalata la sua presenza in macchina davanti a un altro bar, da solo stavolta. E a questo proposito suo padre Marco l’8 maggio riferisce alla figlia Valentina che alcune persone avrebbero visto Stefano alle 21.30 davanti a un bar di Nule». Minuti, orologi alla mano, tabulati. «Gli orari non tornano – sottolinea Marras – e quindi salta l’impianto accusatorio».
Stefano vivo l’8 maggio. «È il suo stesso padre a riconoscerlo nelle immagini delle telecamere, l’8 mattina a Orune. Non siamo noi a dirlo, lo ha detto suo padre ai carabinieri. Mentre la sera dell’8 un altro testimone lo vede alle 21.30 alla periferia di Pattada, da solo in macchina, a pochi passi dal luogo in cui è stata incendiata la sua auto. Punto in cui i cani molecolari segnalano tracce di Stefano.
Le dichiarazioni di Taras. Il difensore chiama in causa ancora una volta il supertestimone che (ignaro di tutto) accompagnò Cubeddu nella zona in cui fu data alle fiamme la Opel Corsa di Stefano. «Il suo telefono e quello di Cubeddu alle 23.24 agganciano la cella telefonica di Nughedu San Nicolò. E se l’auto è stata incendiata verosimilmente verso le 23.30 come possono aver percorso 40 chilometri in nemmeno 10 minuti?». Il processo riprenderà giovedì con la discussione dell’altro avvocato difensore Angelo Merlini.
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