nell’incidente persero la vita 140 persone
L’attesa dei familiari delle vittime: «Finalmente avremo giustizia»
di Alessandro Pirina
SASSARI. Per anni hanno chiesto alla politica di avere quelle risposte che la magistratura non era stata in grado di dare. Di fare piena luce su quella notte del 10 aprile 1991. Mancano ancora poche...
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SASSARI. Per anni hanno chiesto alla politica di avere quelle risposte che la magistratura non era stata in grado di dare. Di fare piena luce su quella notte del 10 aprile 1991. Mancano ancora poche settimane e i familiari delle 140 vittime della Moby Prince potranno conoscere l’altra verità. Quella giudiziaria a loro non basta. Per i parenti di chi ha perso la vita in modo atroce sul traghetto in viaggio tra Livorno e Olbia quella tragedia non può essere stata decisa solo da un errore umano. Alle sentenze dei tribunali loro non ci hanno mai voluto credere, ed è per questo che nel 2015 hanno accolto con favore l’istituzione di una commissione d’inchiesta. Anche se con parecchi anni di ritardo. Ma meglio tardi che mai. Ecco perché ora i familiari attendono con trepidazione le valutazioni della commissione guidata dal senatore Silvio Lai. «Noi ci aspettiamo quello che abbiamo detto per 26 anni – dice Loris Rispoli, presidente della associazione 140, che nella strage al porto di Livorno perse la sorella Liana –. Quel processo non ha fatto giustizia, non ha stabilito con chiarezza chi aveva delle responsabilità. Mi auguro che la commissione faccia altro. Noi in questi anni abbiamo messo a disposizione dei suoi membri tutte le incongruenze emerse. Non esiste che 140 persone siano morte per colpa di nessuno. Anche perché non sono morti tutti subito. Vogliamo che sia fatta piena luce sui soccorsi mancati, sulle responsabilità. Abbiamo assistito a un processo senza imputati, ora speriamo che la politica ci dia le risposte che non abbiamo mai avuto. Il caposaldo di questa vicenda è che il traghetto non doveva viaggiare perché il sistema antincendio non funzionava e aveva un solo radar. In un Paese normale l’armatore dovrebbe risponderne, ma purtroppo siamo in Italia». Rispoli è consapevole che non tutto quello che emergerà dai lavori della commissione possa essere considerato certo al cento per cento. «Purtroppo non c’è più il relitto, molti documenti sono andati persi, ma i tassi di carbossiemoglobina sono talmente alti da pensare che non tutti siano morti subito. Non è questione di nebbia, noi cerchiamo le responsabilità. E abbiamo tutti gli elementi per credere che la commissione possa dare risposte esaurienti».
La Moby Pince, traghetto della Navarma, lasciò il porto di Livorno il 10 aprile 1991 alle 22.03. A bordo 140 persone: 75 passeggeri e 66 membri dell'equipaggio. Sarebbe dovuta arrivare l'indomani mattina all'Isola Bianca di Olbia, ma poco meno di mezz'ora dalla partenza, quando ancora si trovava nella rada del porto toscano, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo. Dal traghetto alle 22.26 fu lanciato il may day. Ma alla sala radio della capitaneria di porto di Livorno arrivò un segnale debolissimo e non fu sentito. Immediatamente fu prestato soccorso alla petroliera, dove non si registrò neanche una vittima, mentre per oltre un'ora nessuno si accorse che la Moby Prince era alla deriva completamente avvolta dalle fiamme. Un tempo lunghissimo che si rivelò fatale. Delle 141 persone a bordo se ne salvò solo una, il mozzo Alessio Bertrand, che riuscì a rimanere aggrappato a una balaustra. Per tutti gli altri una atroce fine. Per la perizia dei consulenti del tribunale la vita dei 140 tra passeggeri e membri dell'equipaggio non durò oltre i 20 minuti, mentre per gli esperti delle parti civili il loro calvario andò avanti per ore. A bordo anche una trentina di sardi. A partire dal comandante Ugo Chessa, cagliaritano, occasionalmente insieme alla moglie Maria Giulia Ghezzani. In questi 26 anni sulla tragedia della Moby Prince si sono accesi più volte i fari della magistratura, tre inchieste e due processi, ma la verità stabilita dai giudici non basta ai familiari. Che ora si affidano ai risultati della commissione parlamentare di inchiesta.
La Moby Pince, traghetto della Navarma, lasciò il porto di Livorno il 10 aprile 1991 alle 22.03. A bordo 140 persone: 75 passeggeri e 66 membri dell'equipaggio. Sarebbe dovuta arrivare l'indomani mattina all'Isola Bianca di Olbia, ma poco meno di mezz'ora dalla partenza, quando ancora si trovava nella rada del porto toscano, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo. Dal traghetto alle 22.26 fu lanciato il may day. Ma alla sala radio della capitaneria di porto di Livorno arrivò un segnale debolissimo e non fu sentito. Immediatamente fu prestato soccorso alla petroliera, dove non si registrò neanche una vittima, mentre per oltre un'ora nessuno si accorse che la Moby Prince era alla deriva completamente avvolta dalle fiamme. Un tempo lunghissimo che si rivelò fatale. Delle 141 persone a bordo se ne salvò solo una, il mozzo Alessio Bertrand, che riuscì a rimanere aggrappato a una balaustra. Per tutti gli altri una atroce fine. Per la perizia dei consulenti del tribunale la vita dei 140 tra passeggeri e membri dell'equipaggio non durò oltre i 20 minuti, mentre per gli esperti delle parti civili il loro calvario andò avanti per ore. A bordo anche una trentina di sardi. A partire dal comandante Ugo Chessa, cagliaritano, occasionalmente insieme alla moglie Maria Giulia Ghezzani. In questi 26 anni sulla tragedia della Moby Prince si sono accesi più volte i fari della magistratura, tre inchieste e due processi, ma la verità stabilita dai giudici non basta ai familiari. Che ora si affidano ai risultati della commissione parlamentare di inchiesta.
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