L’esperto
Castiglia: «Occorre sorvegliare ma non è il caso di allarmarsi»
di Antonello Palmas
SASSARI. Cinque casi di meningite in un mese nell’isola, ma non è il caso di allarmarsi. A dirlo è Paolo Castiglia, epidemiologo e ordinario di igiene al dipartimento di scienze biomediche dell'ateneo...
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SASSARI. Cinque casi di meningite in un mese nell’isola, ma non è il caso di allarmarsi. A dirlo è Paolo Castiglia, epidemiologo e ordinario di igiene al dipartimento di scienze biomediche dell'ateneo di Sassari. «Non c’è in questo momento motivo di allerta, occorre aspettare di capire se quello del ragazzo di Tortolì è lo stesso tipo di meningococco di altri casi – dice –. Proprio in questi giorni stiamo conoscendo un anticipo del picco dell’influenza e la presenza di infezioni virali è uno dei fattori che facilita la superinfezione, aprendo la strada anche a quelle batteriche. Non c’è da spaventarsi, non è il ceppo ipervirulento della Toscana, è un meningococco B, attendiamo nei prossimi giorni le determinazioni che l’Istituto superiore della sanità farà per capire se si tratta dello stesso ceppo».
Insomma al momento nessun allarme meningite.
«Certo occorre sorvegliare e che sia desta l’attenzione da parte di tutti i medici nel segnalare tutti i casi sospetti in modo da fare una diagnosi corretta e puntuale – afferma Castiglia –. Ci sono laboratori in grado di dare una risposta in un paio d’ore sul sierogruppo eventualmente presente, come biologia molecolare dell’Aou di Sassari, quindi per capire se il ceppo è lo stesso si fa l’analisi all’Iss. Poi interverrebbero i dipartimenti di igiene pubblica con i vaccini per fare fronte a un’evenienza che per ora non si presagisce».
Come avviene il contagio? «Per via interumana. Contatti stretti con pazienti, che provocano un passaggio di goccioline eliminate dalla faringe, dalla bocca; un po’ come l’influenza, ma il meningococco è molto meno contagioso. Mentre è sufficiente toccare le mucosità del naso e poi la maniglia di una porta per trasmettere il virus influenzale, che resta vitale e quindi è in grado di passare a un altro soggetto, nel caso della meningite la Neisseria meningitidis è molto labile, non può essere trasmessa indirettamente, ma in maniera semi-indiretta tra un soggetto e l’altro».
I luoghi più a rischio?
«Quelli in cui il contatto stretto è più facile, come gli asili, dove i bimbi si toccano, si danno i bacetti, o alcuni tipi di comunità; le discoteche, dove l’alto volume costringe a urlare e parlarsi da vicino emettendo goccioline (e fattori come stanchezza, alcol, fumo aumentano i rischi). Oppure situazioni in cui il personale sanitario assiste il paziente intubato o fa respirazione bocca a bocca. E poi naturalmente il partner e il convivente stretto hanno un rischio più elevato di contagio. La meningite fa tanta paura, ma la possibilità di contrarla è molto meno alta di quanto si teme».
Durata dell’incubazione?
«Circa una settimana, che è poi il periodo di tempo stabilito per la sorveglianza della malattia nei soggetti venuti a contatto con un caso. Quelli a contatto stretto vengono ovviamente profilassati con antibiotici. Questo però va deciso dall’igiene pubblica dopo la denuncia, non bisogna fare assolutamente autosomministrazioni, è deleterio».
I sintomi?
«Quelli iniziali sono gli stessi di una comune influenza, ma ci sono segni particolari della presenza del meningococco che differiscono nel neonato, nel lattante, nel bambino piccolo, nell’adulto. Dev’essere il medico a valutare. Sono le fasce infantili le più colpite, a seguire gli adolescenti, fascia in cui c’è maggiore prevalenza di portatori. Per i piccoli il cambiamento di umore è uno dei segnali che fa allarmare le mamme. Adolescenti e adulti hanno un esordio simil-influenzale, poi febbre molto elevata, con irrigidimento nucale, difficoltà a stare in piedi stordimento, cefalea. Se appaiono petecchie sul corpo, è sintomo che la malattia sta evolvendo in maniera molto pericolosa, c’è la disseminazione della Neisseria fuori del liquor, dalle meningi, e si inizia a parlare di sepsi. Segno prognostico sfavorevole, che implica il ricovero in rianimazione, si può arrivare a necrosi di organi e arti e amputazioni (è successo alla schermitrice Bebe Vio, testimonial della vaccinazione antimeningococcica). I casi mortali sono rari e il ragazzo di Tortolì purtroppo ne è stato vittima».
Insomma al momento nessun allarme meningite.
«Certo occorre sorvegliare e che sia desta l’attenzione da parte di tutti i medici nel segnalare tutti i casi sospetti in modo da fare una diagnosi corretta e puntuale – afferma Castiglia –. Ci sono laboratori in grado di dare una risposta in un paio d’ore sul sierogruppo eventualmente presente, come biologia molecolare dell’Aou di Sassari, quindi per capire se il ceppo è lo stesso si fa l’analisi all’Iss. Poi interverrebbero i dipartimenti di igiene pubblica con i vaccini per fare fronte a un’evenienza che per ora non si presagisce».
Come avviene il contagio? «Per via interumana. Contatti stretti con pazienti, che provocano un passaggio di goccioline eliminate dalla faringe, dalla bocca; un po’ come l’influenza, ma il meningococco è molto meno contagioso. Mentre è sufficiente toccare le mucosità del naso e poi la maniglia di una porta per trasmettere il virus influenzale, che resta vitale e quindi è in grado di passare a un altro soggetto, nel caso della meningite la Neisseria meningitidis è molto labile, non può essere trasmessa indirettamente, ma in maniera semi-indiretta tra un soggetto e l’altro».
I luoghi più a rischio?
«Quelli in cui il contatto stretto è più facile, come gli asili, dove i bimbi si toccano, si danno i bacetti, o alcuni tipi di comunità; le discoteche, dove l’alto volume costringe a urlare e parlarsi da vicino emettendo goccioline (e fattori come stanchezza, alcol, fumo aumentano i rischi). Oppure situazioni in cui il personale sanitario assiste il paziente intubato o fa respirazione bocca a bocca. E poi naturalmente il partner e il convivente stretto hanno un rischio più elevato di contagio. La meningite fa tanta paura, ma la possibilità di contrarla è molto meno alta di quanto si teme».
Durata dell’incubazione?
«Circa una settimana, che è poi il periodo di tempo stabilito per la sorveglianza della malattia nei soggetti venuti a contatto con un caso. Quelli a contatto stretto vengono ovviamente profilassati con antibiotici. Questo però va deciso dall’igiene pubblica dopo la denuncia, non bisogna fare assolutamente autosomministrazioni, è deleterio».
I sintomi?
«Quelli iniziali sono gli stessi di una comune influenza, ma ci sono segni particolari della presenza del meningococco che differiscono nel neonato, nel lattante, nel bambino piccolo, nell’adulto. Dev’essere il medico a valutare. Sono le fasce infantili le più colpite, a seguire gli adolescenti, fascia in cui c’è maggiore prevalenza di portatori. Per i piccoli il cambiamento di umore è uno dei segnali che fa allarmare le mamme. Adolescenti e adulti hanno un esordio simil-influenzale, poi febbre molto elevata, con irrigidimento nucale, difficoltà a stare in piedi stordimento, cefalea. Se appaiono petecchie sul corpo, è sintomo che la malattia sta evolvendo in maniera molto pericolosa, c’è la disseminazione della Neisseria fuori del liquor, dalle meningi, e si inizia a parlare di sepsi. Segno prognostico sfavorevole, che implica il ricovero in rianimazione, si può arrivare a necrosi di organi e arti e amputazioni (è successo alla schermitrice Bebe Vio, testimonial della vaccinazione antimeningococcica). I casi mortali sono rari e il ragazzo di Tortolì purtroppo ne è stato vittima».
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