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la sentenza 

Il tribunale stacca le macchine a un ingegnere malato di Sla

di Luciano Onnis
Il tribunale stacca le macchine a un ingegnere malato di Sla

CAGLIARI. Nel 2014 gli avevano diagnosticato la sclerosi laterale amiotrofica, poi negli ultimi tre mesi dell’anno appena trascorso la malattia era progredita inesorabilmente, fino a costringerlo...

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CAGLIARI. Nel 2014 gli avevano diagnosticato la sclerosi laterale amiotrofica, poi negli ultimi tre mesi dell’anno appena trascorso la malattia era progredita inesorabilmente, fino a costringerlo immobilizzato a letto con la perdita di ogni capacità di movimento dei muscoli scheletrici, l’impossibilità di inghiottire e parlare, problemi respiratori sempre più accentuati. Giancarlo Mura, dell’Enel in pensione, ha scelto di andarsene e porre fine alle sue sofferenze facendo staccare dai medici tutte le macchine che lo tenevano in vita. È rimasto lucido fino a quando, per suo volere, gli è stata praticata la sedazione profonda e, una volta assopito, i medici hanno staccato le macchine che lo tenevano in vita. È accaduto venerdì scorso nell’ospedale Santa Barbara di Iglesias. I medici e gli anestesisti della Assl di Carbonia, in servizio negli ospedali Cto di Iglesias e Sirai di Carbonia, hanno rispettato le ultime volontà del professionista. La moglie, le due figlie e i nipoti del paziente, pur con il cuore straziato ma fermamente convinti che il doloroso passo implorato dal loro congiunto doveva essere fatto, avevano avviato l’iter del “fine vita” presso il Tribunale tutelare di Cagliari. Dai giudici era partita l’indicazione della strada da seguire in virtù anche delle nuove disposizioni di legge, facendo capo ai competenti organismi interni dell’azienda sanitaria del Sulcis-Iglesiente. Ed è così che i responsabili del distretto socio-sanitario di Iglesias, interpellando anche l’associazione Walter Piludu, hanno avviato la procedura di fine vita presso il tribunale, fino al parere favorevole – che non era comunque determinante – del presidente della Corte d’appello civile. L’inizio della fine per il calvario di Giancarlo Mura si è materializzato lo scorso ottobre. Dal suo lettino in una struttura privata che lo assisteva, completamente immobilizzato ma perfettamente cosciente e lucido, aveva rivolto un appello ai familiari e ai medici utilizzando gli strumenti visivi computerizzati che gli permettevano ancora di dialogare attraverso un sintetizzatore vocale. «Questa non è più la mia vita», aveva ripetuto, chiedendo di essere portato al fine vita. I tre anni di malattia sono stati un crescendo inesorabile di sofferenze. Aveva dovuto mettere da parte la sua passione per la pesca, gli era diventato indispensabile un bastone d’appoggio per poter camminare, poi pian piano si è dovuto fermare del tutto. Giancarlo Mura, persona colta e aggiornata, sapeva benissimo che dalla Sla non si torna indietro. La volontà di porre fine al proprio supplizio era andata crescendo con il peggiorare della malattia e le gravi menomazioni che essa comporta. A ottobre, dopo averlo supplicato incessantemente ai familiari, è partita la richiesta della procedura medica di fine vita. Ed è cominciata l’attesa per la fine delle sofferenze, fino al triste epilogo di venerdì nell’ospedale Santa Barbara.

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