La Nuova Sardegna

La beffa alla filiera sarda Caria va dal Ministro

di Antonello Palmas
La beffa alla filiera sarda Caria va dal Ministro

Indignazione per la vicenda del Consorzio isolano con 8mila quintali invenduti Il marchio della varietà pregiata è ora sotto il controllo di una società bolognese

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TUILI. Quella montagna dorata grida vendetta. Sono gli ottomila quintali di grano pregiato della qualità “Senatore Cappelli” stipati nei locali del Consorzio sardo, che come gli altri anni sarebbero dovuti essere venduti in tutta Italia e che invece rischiano di restare rinchiusi e di deteriorarsi. Il diritto di certificare l’appartenenza alla richiestissima cultivar infatti è passato in altre mani, ai bolognesi della Società italiana sementi. E a coloro che hanno creato questo piccolo miracolo isolano, la ditta Selet di Tuili e i consorziati che hanno creduto nel progetto, sembra non resti che chinare il capo. Non possono infatti vendere il cereale per la semina, che era poi il loro business principale, in quanto senza certificazione ha mercato solo come grano da macina. E hanno così mandato un appello per salvare il prodotto, non trattato in quanto “bio”, facilmente deteriorabile specie col clima attuale.

La vicenda sta creando un’ondata di indignazione inversamente proporzionale alle reazioni politiche (scarse) e sindacali (inesistenti). Dall’assessorato regionale all’agricoltura fanno sapere che oggi Pier Luigi Caria, impegnato a Roma in una serie di incontri con lo staff del ministro alle politiche agricole Maurizio Martina, solleciterà nuovamente il Mipaaf su quanto già richiesto con una nota scritta: l’assessore chiederà aggiornamenti e chiarimenti sulla situazione del grano Cappelli e sulle modalità di assegnazione dei diritti, avvenuta con una manifestazione di interesse. La risposta potrebbe però essere la stessa di qualche mese fa, quando Martina, alle interrogazioni parlamentari provenienti da politici sardi ma anche di altre zone d’Italia, disse di non intravedere pericolo di monopolio da parte della Sis come paventato da più parti. Così come escluse che vi potessero essere conflitti di interesse nell’acquisizione. Il riferimento era alla doppia carica del presidente della Sis, Mauro Tonello, che è anche vicepresidente nazionale di Coldiretti. Quest’ultima a livello regionale non ha dimostrato certo una gran smania di difendere gli interessi della filiera sarda, limitandosi a qualche dichiarazione generica e a mettere a disposizione la sede di Sanluri per l’incontro, peraltro senza esito, tra consorziati e Tonello, che in quella occasione sembrava giocare in casa.

Allo stesso tempo l’isola delle aziende agroalimentari, dei cittadini comuni, ha mostrato rabbia per il modo in cui viene trattata un’iniziativa di imprenditoria agricola che dovrebbe rappresentare un coraggioso e lungimirante modello. Dopo il post sul profilo facebook della foto del deposito pieno di grano e ancor di più dopo la pubblicazione della notizia sulla Nuova, il Consorzio sardo è stato inondato di messaggi di sostegno, da richieste di acquisto quasi tutte dal Continente, che purtroppo però non cambiano la sostanza delle cose. «Si tratta quasi sempre di piccole quantità, per le quali il ricavato non compensa le spese di spedizione» commenta la presidente Laura Accalai.

Nel frattempo Altragricoltura, Sicer, Movimento Riscatto e LiberiAgricoltori hanno lanciato la campagna “Via il cappello dal nostro grano” nel tentativo di per evitare – hanno spiegato in un documento – «che il grano Senatore Cappelli diventi lo strumento per imporre un gravissimo modello di trust alla nostra agricoltura».

Sui social c’è chi afferma che «è una vergogna concedere dei diritti di esclusiva su un grano che il dottor Strampelli (colui che lo aveva selezionato nei primi del ’900, ndc) aveva donato a tutti gratuitamente». Il Consorzio risponde che «questa è la verità, Strampelli lasciò il “Cappelli” a tutti, la varietà è libera e non si dovrebbero pagare i diritti sulla semente come invece abbiamo fatto per tutti questi anni». E a chi chiede «cosa possiamo fare noi consumatori», risponde: «Far conoscere a tutti quello che sta succedendo. Siamo produttori di qualità e impegnati a rispettare l'ambiente e tutto il percorso del cibo che arriva sulle nostre tavole. Non siamo uno scaffale del supermercato, ma siamo vita. E al cibo sempre più deve essere riconosciuto il suo valore».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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