Metano, bollette salate nel futuro dell’isola
di Giuseppe Centore
Quello che si appoggia ai depositi costieri è il gas che ha il costo maggiore La capacità dei cinque depositi dovrebbe raggiungere il miliardo di metri cubi
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ORISTANO. Per capire cosa bolle in pentola nel sistema energetico sardo, non basta mettere in fila i progetti che prevedono la realizzazione dei depositi costieri, cinque in tutto tre a Oristano, uno a Cagliari e uno a Porto Torres (annunciato da Eni con la localizzazione di una nave di stoccaggio permanente a cui si somma un deposito pensato dal consorzio industriale) e valutare le loro capacità. Bisogna anche capire quale potrà essere il massimo fabbisogno sardo da qui al 2030. Secondo la Strategia Energetica nazionale al massimo si arriva a 520 milioni di metri cubi, 350 per il settore residenziale e industriale e 170 per i trasporti. Gli esperti ipotizzano che la capacità massima per i futuri depositi, è sul miliardo e oltre di metri cubi. Più del doppio.
La successiva domanda: sono troppi questi depositi, anche modulabili, cioè incrementabili di capacità, oppure bastano alle esigenze sarde? Bisogna rifare i conti, e così si scopre che le eventuali centrali brucerebbero altri 200 milioni di metri cubi, portando il totale a 720 milioni. Siamo ancora lontani dal miliardo, a meno che non si pensi all’isola come a un piccolo-medio hub per il gnl nel Mediterraneo, dove le navi di stazza piccola, massimo 10mila mc di capacità (le più grandi hanno capacità di 260mila mc) possono caricare e scaricare il prodotto sui depositi, stoccandolo e poi riprendendolo per portarlo a un nuovo cliente. L’isola come hub, come elemento centrale del trasporto del metano nel Mediterraneo e a questo punto anche come piattaforma energetica.
Non è detto che questa soluzione sia di per sé negativa. Rischia se non altro di diventare il piano A nel breve periodo: realizzazione dei depositi, loro utilizzo come terminali di stoccaggio e uso di bettoline per rifornire le navi alimentate a gnl all’ancora; quando saranno terminate le reti anche si potrà passare anche al piano B con i depositi come punto di approvvigionamento per la rete sarda.
Questa scelta comporta anche altre conseguenze, le più auspicate. «Il processo di metanizzazione della Sardegna – ha detto in un convegno dello scorso marzo promosso da Arel Tommaso Franci, senior advisor di Ref-E – va letto in base alle grosse sfide delle politiche ambientali; ci sono già gli incentivi per i camion alimentati a gnl e ci sono esempi strategicamente interessanti come la scelta della Finlandia di conversione delle sue navi a gnl ... La Sardegna potrebbe diventare un laboratorio non solo per la metanizzazione ma un luogo su cui puntare in modo significativo per creare meccanismi di sostegno utili ad accelerare la conversione della flotta navale e dei traghetti». Traghetti, visto che in tutta la Sardegna non c’è un solo punto di bunkeraggio per le navi (non solo a gas ma anche a olio combustibile) ma anche camion e treni, per un’isola non più dipendente da benzina e diesel. C’è però un punto su cui tutti gli esperti si pongono domande ancora trovare risposte. Il singolo utente, ci guadagnerà dall’avere il metano a casa? E come regolare la filiera e il prezzo finale? Come ha ricordato nel convegno Arel Federico Frassi, ad di Società Gasdotti Italia, operatore indipendente di trasmissione di proprietà di un fondo di investimento americano «il gnl small scale, quello che si appoggia ai piccoli depositi costieri è il segmento del gas che arriva dove non si può arrivare in altri modi, è il gas che costa di più». Frassi ipotizza un costo superiore al 60 per cento. Ecco perchè il regolatore avrà molto da lavorare. Il rischio di bollette salate non è affatto scongiurato.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La successiva domanda: sono troppi questi depositi, anche modulabili, cioè incrementabili di capacità, oppure bastano alle esigenze sarde? Bisogna rifare i conti, e così si scopre che le eventuali centrali brucerebbero altri 200 milioni di metri cubi, portando il totale a 720 milioni. Siamo ancora lontani dal miliardo, a meno che non si pensi all’isola come a un piccolo-medio hub per il gnl nel Mediterraneo, dove le navi di stazza piccola, massimo 10mila mc di capacità (le più grandi hanno capacità di 260mila mc) possono caricare e scaricare il prodotto sui depositi, stoccandolo e poi riprendendolo per portarlo a un nuovo cliente. L’isola come hub, come elemento centrale del trasporto del metano nel Mediterraneo e a questo punto anche come piattaforma energetica.
Non è detto che questa soluzione sia di per sé negativa. Rischia se non altro di diventare il piano A nel breve periodo: realizzazione dei depositi, loro utilizzo come terminali di stoccaggio e uso di bettoline per rifornire le navi alimentate a gnl all’ancora; quando saranno terminate le reti anche si potrà passare anche al piano B con i depositi come punto di approvvigionamento per la rete sarda.
Questa scelta comporta anche altre conseguenze, le più auspicate. «Il processo di metanizzazione della Sardegna – ha detto in un convegno dello scorso marzo promosso da Arel Tommaso Franci, senior advisor di Ref-E – va letto in base alle grosse sfide delle politiche ambientali; ci sono già gli incentivi per i camion alimentati a gnl e ci sono esempi strategicamente interessanti come la scelta della Finlandia di conversione delle sue navi a gnl ... La Sardegna potrebbe diventare un laboratorio non solo per la metanizzazione ma un luogo su cui puntare in modo significativo per creare meccanismi di sostegno utili ad accelerare la conversione della flotta navale e dei traghetti». Traghetti, visto che in tutta la Sardegna non c’è un solo punto di bunkeraggio per le navi (non solo a gas ma anche a olio combustibile) ma anche camion e treni, per un’isola non più dipendente da benzina e diesel. C’è però un punto su cui tutti gli esperti si pongono domande ancora trovare risposte. Il singolo utente, ci guadagnerà dall’avere il metano a casa? E come regolare la filiera e il prezzo finale? Come ha ricordato nel convegno Arel Federico Frassi, ad di Società Gasdotti Italia, operatore indipendente di trasmissione di proprietà di un fondo di investimento americano «il gnl small scale, quello che si appoggia ai piccoli depositi costieri è il segmento del gas che arriva dove non si può arrivare in altri modi, è il gas che costa di più». Frassi ipotizza un costo superiore al 60 per cento. Ecco perchè il regolatore avrà molto da lavorare. Il rischio di bollette salate non è affatto scongiurato.
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