La sfida dei medici sardi, fare squadra contro i tumori
Nell’isola 9mila nuovi casi nel 2017, sale la percentuale di sopravvivenza. L’assessore Arru: coordinamento per elevare la qualità e avere diagnosi precoci
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CAGLIARI. La parola cancro già di per sé fa paura. Se poi sfocia in malattia, terrorizza fino a trasformarsi nel peggiore incubo possibile. Lo sanno tutti: è lì che si annida il killer. Che va combattuto e se possibile sconfitto, ma per riuscire nell’impresa bisogna essere forti nella strategia della prevenzione e far gioco di squadra nelle cure e nell’assistenza.
È questa la filosofia intorno a cui è stata costruita la «Rete oncologica della Sardegna», dove sono coinvolti ospedali, medici specialisti, chirurghi e associazioni di volontariato. Perché – come ha detto l’assessore alla sanità Luigi Arru – «la complessità del paziente oncologico richiede da sempre un approccio coordinato, multidisciplinare e psicosociale». Anche gli obiettivi sono dichiarati e messi in sequenza: sicurezza, qualità, omogeneità e continuità delle cure, e infine «l’essere il più vicino possibile a chi vive questo dramma», cioè l’umanizzazione delle stesse cure che è un altro valore aggiunto.
Eccola, a questo punto, la mappa disegnata sulla cartina: l’Oncologico di Cagliari, confermato centro di riferimento regionale, poi l’Azienda universitaria di Sassari, l’ospedale di Nuoro e via via tutte le altre strutture chiamate a far parte della Rete. «È un modello organizzativo – ha sottolineato Arru – destinato a favorire la collaborazione fra i medici, a garantire dovunque gli stessi protocolli, evitando quella frammentarietà che è uno degli ostacoli più evidenti». Il traguardo è arrivare all’efficienza del sistema, per diminuire gli attuali costi elevati della mobilità passiva, cioè i viaggi della speranza nella penisola. «Ridisegnata la Rete, messe a regime le sinergie, le nostre eccellenze mediche ad alta specializzazione saranno diffuse sul territorio, con la possibilità di equipe multidisciplinari in missione nei vari ospedali», ha aggiunto l’assessore.
Ecco gli ultimi i numeri. Nel 2017 sono stati registrati oltre 9mila nuovi casi: 5.150 uomini, con un’incidenza maggiore di tumori al colon-retto e alla prostata, e 4.550 donne fra le quali la diagnosi più frequente continua a essere quella del tumore al seno. Stando alle ultime rilevazioni, sono 70mila i sardi in cura per malattie oncologiche. Di contro è aumentata invece la percentuale di sopravvivenza entro i cinque anni dalla diagnosi del tumore: è di 60 casi su cento per gli uomini e quasi del 50 per le donne. È un censimento che dà ancora più speranza se confrontato con la media delle altre regioni. Con la Rete ancora in fase di costruzione, la Sardegna, che ha una percentuale totale intorno al 56, non è molto lontana dalla Lombardia, intorno al 60, e alla capofila Emilia-Romagna, 62,4.
«Appena partirà il sistema integrato – ha confermato l’assessore – questi numeri non potranno che migliorare». La Rete sarà decisiva anche nella la strategia fondamentale della prevenzione. «Aumenteranno i controlli preventivi – ha sottolineato Arru – e come si sa le diagnosi tempestive, insieme alla ricerca scientifica, sono fondamentali per vincere la sfida contro i tumori». (ua)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
È questa la filosofia intorno a cui è stata costruita la «Rete oncologica della Sardegna», dove sono coinvolti ospedali, medici specialisti, chirurghi e associazioni di volontariato. Perché – come ha detto l’assessore alla sanità Luigi Arru – «la complessità del paziente oncologico richiede da sempre un approccio coordinato, multidisciplinare e psicosociale». Anche gli obiettivi sono dichiarati e messi in sequenza: sicurezza, qualità, omogeneità e continuità delle cure, e infine «l’essere il più vicino possibile a chi vive questo dramma», cioè l’umanizzazione delle stesse cure che è un altro valore aggiunto.
Eccola, a questo punto, la mappa disegnata sulla cartina: l’Oncologico di Cagliari, confermato centro di riferimento regionale, poi l’Azienda universitaria di Sassari, l’ospedale di Nuoro e via via tutte le altre strutture chiamate a far parte della Rete. «È un modello organizzativo – ha sottolineato Arru – destinato a favorire la collaborazione fra i medici, a garantire dovunque gli stessi protocolli, evitando quella frammentarietà che è uno degli ostacoli più evidenti». Il traguardo è arrivare all’efficienza del sistema, per diminuire gli attuali costi elevati della mobilità passiva, cioè i viaggi della speranza nella penisola. «Ridisegnata la Rete, messe a regime le sinergie, le nostre eccellenze mediche ad alta specializzazione saranno diffuse sul territorio, con la possibilità di equipe multidisciplinari in missione nei vari ospedali», ha aggiunto l’assessore.
Ecco gli ultimi i numeri. Nel 2017 sono stati registrati oltre 9mila nuovi casi: 5.150 uomini, con un’incidenza maggiore di tumori al colon-retto e alla prostata, e 4.550 donne fra le quali la diagnosi più frequente continua a essere quella del tumore al seno. Stando alle ultime rilevazioni, sono 70mila i sardi in cura per malattie oncologiche. Di contro è aumentata invece la percentuale di sopravvivenza entro i cinque anni dalla diagnosi del tumore: è di 60 casi su cento per gli uomini e quasi del 50 per le donne. È un censimento che dà ancora più speranza se confrontato con la media delle altre regioni. Con la Rete ancora in fase di costruzione, la Sardegna, che ha una percentuale totale intorno al 56, non è molto lontana dalla Lombardia, intorno al 60, e alla capofila Emilia-Romagna, 62,4.
«Appena partirà il sistema integrato – ha confermato l’assessore – questi numeri non potranno che migliorare». La Rete sarà decisiva anche nella la strategia fondamentale della prevenzione. «Aumenteranno i controlli preventivi – ha sottolineato Arru – e come si sa le diagnosi tempestive, insieme alla ricerca scientifica, sono fondamentali per vincere la sfida contro i tumori». (ua)
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