PROTESTA LEGITTIMA, MA SI VADA A VOTARE
di LUCA ROJCH
La fine della democrazia è in fondo a una strada fatta di schede elettorali non votate. L’ultima forma estrema di protesta sociale è nella plateale diserzione delle urne. “Io non voto per esistere”,...
2 MINUTI DI LETTURA
La fine della democrazia è in fondo a una strada fatta di schede elettorali non votate. L’ultima forma estrema di protesta sociale è nella plateale diserzione delle urne. “Io non voto per esistere”, quasi un ossimoro. Dietro questa forma di ribellione popolare c’è l’estremo atto di resistenza civile davanti al distacco tra mondo reale e Palazzo. I pastori riportano le schede in Comune. Lo fanno perché il sistema economico agropastorale è vicino al collasso. Piegato da una siccità senza fine, interrotta solo da inondazioni e gelate. Dal prezzo del latte, arrivato anche a 60 centesimi al litro, che non copre i costi di produzione. Dai ritardi negli indennizzi dalle calamità e dalla puntualità delle bollette da pagare.
In paesi senza fabbriche, senza uffici, senza mare, l’unica industria green che da oltre 2mila anni sostiene l’economia ha l’incedere placido delle greggi. Le pecore in Sardegna sono arrivate prima della democrazia e del suffragio universale. E la rivolta dei pastori è la rivolta delle comunità dell’interno alla fuga dello Stato davanti a un territorio che muore. Lo spopolamento è il risultato di una spoliazione economica, culturale e sociale. Ecco perché molti sindaci guidano la protesta. E anche il Partito dei sardi invita allo sciopero del voto, lo fa per riaffermare il diritto dei sardi a decidere sul proprio destino.
Ma la rivolta di pancia rischia di penalizzare chi la guida. Perché lo sciopero delle urne non è solo la fuga da un dovere sociale. Significa tirarsi fuori dalla possibilità di scegliere il modo per cambiare le cose. È un’assenza dal mondo, mentre se ne disegna il destino. Chi non vota ha il diritto di farlo. Ma ha anche il dovere di non lamentarsi più. Per alcuni riportare le schede alle urne è un atto rivoluzionario. Ma più che un reso, è una resa della democrazia. Un po’ come se Gandhi, stanco di rispondere con la non violenza ai soprusi, si alzasse dalla sua meditazione e tirasse un pugno in faccia al suo avversario. Più una sconfitta della ragione che un gesto che sa di rivoluzione.
In paesi senza fabbriche, senza uffici, senza mare, l’unica industria green che da oltre 2mila anni sostiene l’economia ha l’incedere placido delle greggi. Le pecore in Sardegna sono arrivate prima della democrazia e del suffragio universale. E la rivolta dei pastori è la rivolta delle comunità dell’interno alla fuga dello Stato davanti a un territorio che muore. Lo spopolamento è il risultato di una spoliazione economica, culturale e sociale. Ecco perché molti sindaci guidano la protesta. E anche il Partito dei sardi invita allo sciopero del voto, lo fa per riaffermare il diritto dei sardi a decidere sul proprio destino.
Ma la rivolta di pancia rischia di penalizzare chi la guida. Perché lo sciopero delle urne non è solo la fuga da un dovere sociale. Significa tirarsi fuori dalla possibilità di scegliere il modo per cambiare le cose. È un’assenza dal mondo, mentre se ne disegna il destino. Chi non vota ha il diritto di farlo. Ma ha anche il dovere di non lamentarsi più. Per alcuni riportare le schede alle urne è un atto rivoluzionario. Ma più che un reso, è una resa della democrazia. Un po’ come se Gandhi, stanco di rispondere con la non violenza ai soprusi, si alzasse dalla sua meditazione e tirasse un pugno in faccia al suo avversario. Più una sconfitta della ragione che un gesto che sa di rivoluzione.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google