Mirto, spirito fiero e rude che ha resistito alla crisi
di Antonello Palmas
Negli anni ’90 il salto oltre i confini regionali e poi il calo della liquoristica La bevanda ha evitato il crollo grazie al forte legame con la tradizione
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SASSARI. Rappresenta il carattere duro e ostinato dei sardi, anzi si può dire che è uno dei simboli dell’isola nell’immaginario collettivo. Forse per questo il mirto ha saputo sostanzialmente resistere alla crisi dei liquori mantenendo una sua collocazione sui mercati. E anche il metodo di raccolta parla di un prodotto legato al territorio: per oltre l’80 per cento si produce con bacche di piante spontanee.
Bruno Satta, coordinatore dell’unità sviluppo filiere cerealicole di Laore, al cui interno si svolgono i progetti delle filiere officinali racconta la storia di questo particolare genere di produzioni da cui scaturisce una bevanda dal gusto forte, ruvido e dolcissimo allo stesso tempo. «L’approvvigionamento sino al 2000 è avvenuto quasi esclusivamente dalla raccolta di bacche spontanee, da parte di famiglie di raccoglitori che storicamente hanno servito l’attività delle aziende di trasformazione, in terreni privati o demaniali (previa autorizzazione). In concomitanza con la crescita del mercato dei liquori tradizionali avvenuta negli anni 90, si sviluppò l’idea di aprire alle coltivazioni, sino ad allora poche e a livello sperimentale. Così l’Università di Sassari, con l’attività dell’istituto di coltivazioni arboree e il professor Mulas in particolare, individuò nell’isola le varietà da bacca che ben si adattavano al progetto; furono selezionate e iniziarono gli impianti per la coltivazione, che dal 2000 al 2005 comportarono investimenti anche importanti, grazie al Por. Nel giro di pochi anni si arrivò a 164 ettari coltivati, 66 nel Cagliaritano, specie in Trexenta, i restanti nelle altre province storiche».
Diversi mirteti però sono stati in seguito addirittura espiantati. È subentrata la crisi della liquoristica (specie dopo l’ingresso della patente a punti), in cui i liquori tradizionali hanno tenuto meglio. Tra essi c’è il mirto e questo fermò gli impianti favorendo le famiglie storiche di raccoglitori. «Oggi oltre quattro quinti dell’approvvigionamento avviene attraverso le bacche spontanee – dice Satta –, anche se in stagioni siccitose come quella passata in cui diverse aree hanno prodotto poche bacche e per giunta piccole, il ricorso al coltivato è necessario. Le aziende, che preferirebbero evitarlo per una questione di immagine e anche a causa di convinzioni consolidate, non lo dicono». La fama di liquore rustico, molto legato al territorio, richiede queste scelte».
La pianta del mirto si trova in tutta l’isola, specie in alcune zone del Cagliaritanoe in Gallura. la raccolta deve essere particolarmente delicata: «I raccoglitori professionisti – spiega Satta – hanno zone che tengono sempre sotto controllo e puliscono in modo da facilitare i lavoro, fatti con teli e pettini manuali (esistono dei pettini vibranti messi a punto dall’istituto di meccanica agraria dell’Uniss, ma sono stati adottati da pochi). La raccolta diviene così anche una tutela del bosco». A fare danni sono gli occasionali, maldestri e poco attenti, ma sono fatti marginali: le aziende si rivolgono a personale preparato.
Nel 1994 è nata anche un’Associazione produttori, che raggruppa tre aziende (Rau, Zedda-Piras e la coop Bresca Dorada): «Il mercato, da regionale che era, cominciava a estendersi e il mirto si stava facendo apprezzare anche fuori dall’isola. Dal 2002 l’acquisizione da parte di Campari ha permesso a Zedda e Piras di sfruttarne i canali commerciali. Nel frattempo sono nate tante piccole aziende produttrici e anche qualche società nazionale (Averna) tentò la produzione di mirto, ma l’esperimento non attecchì. Forse troppo tipicamente sarda l’immagine del liquore – osserva Satta – per trovare mercato in aziende non isolane». Il mirto sardo ha anche disciplinare e indicazione geografica. La scheda tecnica non prevede l’uso di conservanti, possibile? «Sì, un prodotto di così elevato grado alcolico (da 28° a 36°) si conserva senza grossi problemi, così come il miele» dice Satta, che spiega: «Il mirto ha la sua forza nella tradizione. È stata proprio questa sua connotazione culturale a evitargli di andare a picco».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Bruno Satta, coordinatore dell’unità sviluppo filiere cerealicole di Laore, al cui interno si svolgono i progetti delle filiere officinali racconta la storia di questo particolare genere di produzioni da cui scaturisce una bevanda dal gusto forte, ruvido e dolcissimo allo stesso tempo. «L’approvvigionamento sino al 2000 è avvenuto quasi esclusivamente dalla raccolta di bacche spontanee, da parte di famiglie di raccoglitori che storicamente hanno servito l’attività delle aziende di trasformazione, in terreni privati o demaniali (previa autorizzazione). In concomitanza con la crescita del mercato dei liquori tradizionali avvenuta negli anni 90, si sviluppò l’idea di aprire alle coltivazioni, sino ad allora poche e a livello sperimentale. Così l’Università di Sassari, con l’attività dell’istituto di coltivazioni arboree e il professor Mulas in particolare, individuò nell’isola le varietà da bacca che ben si adattavano al progetto; furono selezionate e iniziarono gli impianti per la coltivazione, che dal 2000 al 2005 comportarono investimenti anche importanti, grazie al Por. Nel giro di pochi anni si arrivò a 164 ettari coltivati, 66 nel Cagliaritano, specie in Trexenta, i restanti nelle altre province storiche».
Diversi mirteti però sono stati in seguito addirittura espiantati. È subentrata la crisi della liquoristica (specie dopo l’ingresso della patente a punti), in cui i liquori tradizionali hanno tenuto meglio. Tra essi c’è il mirto e questo fermò gli impianti favorendo le famiglie storiche di raccoglitori. «Oggi oltre quattro quinti dell’approvvigionamento avviene attraverso le bacche spontanee – dice Satta –, anche se in stagioni siccitose come quella passata in cui diverse aree hanno prodotto poche bacche e per giunta piccole, il ricorso al coltivato è necessario. Le aziende, che preferirebbero evitarlo per una questione di immagine e anche a causa di convinzioni consolidate, non lo dicono». La fama di liquore rustico, molto legato al territorio, richiede queste scelte».
La pianta del mirto si trova in tutta l’isola, specie in alcune zone del Cagliaritanoe in Gallura. la raccolta deve essere particolarmente delicata: «I raccoglitori professionisti – spiega Satta – hanno zone che tengono sempre sotto controllo e puliscono in modo da facilitare i lavoro, fatti con teli e pettini manuali (esistono dei pettini vibranti messi a punto dall’istituto di meccanica agraria dell’Uniss, ma sono stati adottati da pochi). La raccolta diviene così anche una tutela del bosco». A fare danni sono gli occasionali, maldestri e poco attenti, ma sono fatti marginali: le aziende si rivolgono a personale preparato.
Nel 1994 è nata anche un’Associazione produttori, che raggruppa tre aziende (Rau, Zedda-Piras e la coop Bresca Dorada): «Il mercato, da regionale che era, cominciava a estendersi e il mirto si stava facendo apprezzare anche fuori dall’isola. Dal 2002 l’acquisizione da parte di Campari ha permesso a Zedda e Piras di sfruttarne i canali commerciali. Nel frattempo sono nate tante piccole aziende produttrici e anche qualche società nazionale (Averna) tentò la produzione di mirto, ma l’esperimento non attecchì. Forse troppo tipicamente sarda l’immagine del liquore – osserva Satta – per trovare mercato in aziende non isolane». Il mirto sardo ha anche disciplinare e indicazione geografica. La scheda tecnica non prevede l’uso di conservanti, possibile? «Sì, un prodotto di così elevato grado alcolico (da 28° a 36°) si conserva senza grossi problemi, così come il miele» dice Satta, che spiega: «Il mirto ha la sua forza nella tradizione. È stata proprio questa sua connotazione culturale a evitargli di andare a picco».
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