La Nuova Sardegna

OGGI IL VERDETTO DEFINITIVO, MA NUORO HA GIÀ VINTO

di PAOLO MERLINI

Non scomodiamo Il Giorno del Giudizio, neppure come metafora di una giornata cruciale per la Nuoro del presente e, soprattutto, del futuro. Comunque vada a finire questa mattina al ministero dei Beni...

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Non scomodiamo Il Giorno del Giudizio, neppure come metafora di una giornata cruciale per la Nuoro del presente e, soprattutto, del futuro. Comunque vada a finire questa mattina al ministero dei Beni culturali, dove alle 11 il ministro Franceschini annuncerà la città scelta come Capitale italiana della cultura 2020, Nuoro la sua scommessa l’ha già vinta, ed è quella di potersi guardare allo specchio con un po’ più di orgoglio e una consapevolezza, nuova e diffusa, di una specialità tutta nuorese che può ambire a rappresentare quella più autentica di un’isola che non si è svenduta e non vuole farlo in futuro. Che ci prova, quantomeno.

Una consapevolezza che in questi mesi ha accompagnato la candidatura della città a un ruolo che i suoi stessi cittadini ritenevano poco probabile. Soprattutto di fronte a concorrenti che mai avevano pensato di affrontare e di cui avevano mille volte letto nei libri di storia. Oggi quella storia che ci aveva un po’ dimenticato, relegandoci al ruolo di capitale del malessere e cuore di tenebra della Sardegna, l’abbiamo riscritta da noi. Scoprendo che è una storia con la S maiuscola. Pensiamo solo a Grazia Deledda, figlia del quartiere più antico e forse più arcaico della città: scrittrice sostanzialmente autodidatta, poi premio Nobel per la letteratura, il primo assegnato a una donna italiana in tutti i campi, e ancora prima donna candidata al Parlamento italiano, quando il diritto di voto era limitato ai soli uomini. Una femminista ante litteram, insomma, che i nuoresi amano più di quanto vogliano far credere: magari semplicemente non la conoscono a fondo (anche perché sono sempre più rare le scuole in cui viene studiata). Cent’anni dopo il suo coraggio di donna fuori dagli schemi è stato un esempio nel percorso che ha portato Nuoro alla candidatura.

Ma non è l’unico. L’impegno per entrare nella rosa delle città finaliste è stato anche delle giovani generazioni, come le startup e le associazioni nate sull’onda della candidatura e che in più di un caso hanno giocato un ruolo fondamentale in questo processo, mettendo insieme l’identità con le tecnologie più avanzate, le conoscenze maturate all’estero con il desiderio di continuare a vivere nella propria terra, quantomeno far credere che sia possibile in un’isola votata nuovamente all’emigrazione. Nell’era della comunicazione, ancora, il messaggio è stato più forte del mezzo: uniti si può vincere, lo dimostra anche l’appoggio ricevuto dai sindaci di mezza Sardegna e dalla giunta regionale.

Poi c’è il progetto presentato dal gruppo di lavoro del Comune. La commissione del ministero non ha negato che sia uno dei migliori tra quelli arrivati dalle trenta città partecipanti. La speranza è che poi quella stessa commissione non scelga in base ad altri criteri, mettiamo, di forza e peso politico a un mese dalle elezioni, o magari sull’onda di recenti fatti di cronaca.

Ma Nuoro ha già vinto la sua sfida perché ha conquistato una consapevolezza nuova, cioè che la cultura è la strada da intraprendere per dare un futuro alla città e al suo territorio. E ha riscoperto un orgoglio che non è di facciata. La lezione di Nuoro 2020, comunque vada finire oggi a Roma, è che dobbiamo ripartire da qui.
 

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