La Nuova Sardegna

Soddu: politica distante deve ritrovare gli ideali e l’orizzonte comune

Silvia Sanna
Soddu: politica distante deve ritrovare gli ideali e l’orizzonte comune

Lo storico esponente Dc è stato sette volte governatore. «L’autonomia fu una fase esaltante. Ora regna l’incertezza»

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SASSARI. Un’isola stordita, che vive un periodo di arretratezza assoluta e deve imparare a camminare sulle sue gambe. Inizia così la storia dell’autonomia, nel dopoguerra in cui manca una struttura politica, amministrativa e istituzionale e le emergenze incombono. Pietrino Soddu, esponente storico della Dc isolana, per sette volte presidente della Regione dal 1972 al 1980 prima di approdare in Parlamento, racconta la triplice fase dell’esperienza autonomista dell’isola. E dice che la terza fase, iniziata negli anni 80, non è ancora finita. Ed è la meno esaltante «perché segnata dall’incertezza e dalla mancanza di un orizzonte comune». Quello nato nei primissimi anni della storia autonomista.

«La prima fu una fase entusiasta ma anche impaurita, con grande voglia da parte dei politici militanti e poca partecipazione popolare alla costruzione della nuova istituzione di autogoverno. Però contemporaneamente i bisogni elementari del Dopoguerra – la disoccupazione alle stelle, fame, paesi privi di fognature e rete idrica – imponevano risposte immediate da parte dei primi amministratori della Regione. Per questo la prima fase appare un po’ modesta dal punto di vista “epico”». Poi la svolta: «La seconda fase prende il via a partire dal 1950 quando avviene un fatto che colloca la Sardegna all’interno di una dimensione politica più vasta – spiega Pietrino Soddu –. C’era la grande crisi meridionale da affrontare e la Cgil di Di Vittorio fece un grande piano del lavoro che rimbalzò anche in Sardegna. Ci fu la trasformazione del movimento sindacale in un movimento politico per via delle geniale intuizione di Renzo Laconi, giovane leader del Partito Comunista sardo e membro della Costituente. Al congresso del popolo sardo nel maggio 1950 presieduto da Emilio Lussu e gestito da Laconi nacque il trinomio democrazia, autonomia e rinascita, che diventavano fattori inscindibili. Su questo terreno ci fu battaglia ma il senso comune che dominò il ventennio successivo, quasi sino alla soglia degli anni 80, era la coincidenza della politica e senso comune: c’era la consapevolezza che la condizione della vita in Sardegna richiedeva un impegno personale. Fu una fase esaltante e bellissima, in un’isola in fermento che costruiva lo sviluppo, tutti capivano quali erano gli obiettivi». Un grande sogno che iniziò a scemare agli inizi degli anni 80. È l’avvio della terza fase, non ancora finita. «Nacque quando fu chiaro che il modello di sviluppo e di autogoverno che immaginavamo era insufficiente. Le miniere chiudevano, iniziò la grande crisi dell’industria a Ottana e del Petrolchimico, la criminalità faceva paura. C’era il terrorismo, quando ero Presidente della Regione fu ucciso il presidente Moro, l’anno dopo il presidente della Sicilia Piersanti Mattarella, mio grande amico. Arrivò il compromesso storico, il tentativo di allargare l’area Democratica e mettere insieme le forze popolari. Fu lo spartiacque anche per l’autonomia in Sardegna. Noi non siamo usciti da quella situazione – dice Soddu – siamo rimasti fermi, incapaci di evolverci. La crisi vera di oggi riguarda l’autonomia regionale ma soprattutto il pensiero politico: la politica ha perso anima, cuore e mente e non c’è un orizzonte comune. La politica non esiste più come soggetto positivo, manca un ideale, i vuoti sono riempiti da spinte indipendentiste e sentimenti di rifiuto. Risposte a mio giudizio inadeguate, non condivido l’idea di uno staterello sardo e non penso sia giusto diventare anti italiani. Non è questa la soluzione: la vera urgenza – conclude Soddu – è recuperare il senso vero della politica, ritrovare quell’ideale comune di un tempo, che esalta e unisce».


 

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