La Nuova Sardegna

Caso aste a Tempio, si difende il giudice Carta: «Contro di me abusi e illeciti»

di Tiziana Simula
Caso aste a Tempio, si difende il giudice Carta: «Contro di me abusi e illeciti»

Ha depositato il ricorso contro la sospensione dal servizio per sei mesi

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TEMPIO. La difesa è pronta alla battaglia. L’appello contro l’ordinanza del gip di Roma che ha disposto la sospensione per sei mesi del giudice Elisabetta Carta dall’esercizio delle sue funzioni, indagata per rivelazione di segreti di ufficio quando era in servizio al tribunale di Tempio, è stato appena depositato. Trenta pagine fitte nelle quali i suoi legali, gli avvocati Ivano Iai e Cesare Piraino, evidenziano «una serie di anomalie, se non vere e proprie forzature procedurali e sostanziali». A cominciare dal fatto che il magistrato sassarese, il 25 ottobre 2016 è stata iscritta dal pubblico ministero romano Stefano Rocco Fava nel registro degli indagati, insieme ad altre sette persone, «ma, a differenza di queste, è stata l’unica alla quale non è stato contestato alcun reato. La pubblica accusa le ha dapprima attribuito la qualità di indagata e solo il 29 novembre successivo ha ipotizzato nei suoi confronti un titolo di reato – rimarca l’avvocato Iai – In base a questa anomala e abnorme iscrizione senza titolo di reato, è stata sottoposta illegittimamente a intercettazione».

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«Contro di me sono stati commessi gravi abusi e irregolarità», è l’amaro sfogo del magistrato, raccolto dai suoi avvocati. Che a due settimane dal provvedimento del gip di Roma Giulia Proto, dopo aver spulciato 30mila pagine degli atti relativi all’inchiesta della Procura romana che indaga su presunte turbative d’asta al tribunale di Tempio, hanno depositato l’appello, chiedendo al tribunale di Roma l’annullamento della misura interdittiva disposta nei confronti del magistrato sassarese.

Secondo l’accusa, Elisabetta Carta, 42 anni, attualmente in forza al tribunale di Sassari, è accusata di aver disposto intercettazioni avvisando però gli interessati, i due avvocati Tomasina Amadori e Giuliano Frau, pure loro indagati nella presunta turbativa d’asta relativa alla vendita della villa dell’imprenditore di Arzachena Sebastiano Ragnedda, acquistata a un prezzo inferiore rispetto al valore reale, dai magistrati Andrea Schirra e Chiara Mazzaroppi.

«L’accostamento della Carta alla vicenda relativa alla cosidetta turbativa d’asta – rispetto alla quale è totalmente estranea - e la conseguente iscrizione nel relativo procedimento è stata solo strumentale ad avallare iniziative investigative nei suoi confronti, quali le intercettazioni, altrimenti vietate dal codice di procedura penale per il reato a lei contestato», dice l’avvocato Iai. Che in merito all’accusa mossa nei confronti del magistrato, afferma: «Il giudice non ha mai rivelato l’esistenza di intercettazioni nei confronti di persone sottoposte a indagini, né ai due avvocati né a terzi, ma ha solo riportato un diffuso convincimento sulla presunta, allo stato non accertata, presenza di cimici illegittime nel Palazzo di giustizia di Tempio». Voci che a lungo hanno girato tra le aule del tribunale gallurese.

Nell’appello si riferisce come già dal maggio 2016, quando la Carta non era neppure indagata ma semplice cittadina, fosse già oggetto di attenzione investigativa con la richiesta al pm Fava di acquisizione dei suoi tabulati telefonici. Proprio in quel mese, il giudice aveva denunciato ai suoi superiori gravi ingerenze della Procura di Tempio nell’esercizio della sua funzione di gip, interessando della vicenda il Consiglio superiore della magistratura. In merito alla sospensione del magistrato, i difensori evidenziano «la differenza di trattamento riservato ad altri indagati, non sospesi nonostante plurimi e più gravi reati a loro contestati».

Un provvedimento, quello del gip di Roma, secondo la difesa «già confezionato prima dell’interrogatorio preventivo tenutosi a dicembre dello scorso anno, per poi essere depositato quasi due mesi dopo. E, infatti – incalza Iai – l’ordinanza aderisce senza approfondimento critico alle richieste del pubblico ministero, cancellando integralmente le prove agli atti, in particolare le investigazioni e memorie difensive contenenti rilevanti dichiarazioni testimoniali che smentiscono clamorosamente l’accusa. Dopo l’interrogatorio, inoltre, il gip, sulla base di una norma inesistente nel codice ha invitato il solo pubblico ministero e non la difesa, a provvedere a nuove trascrizioni delle intercettazioni, violando il principio di imparzialità, terzietà e contradditorio». Una sorta di accanimento, insomma, così lo definiscono l’indagata e il suo difensore. Il cui ultimo atto – la notifica dell’ordinanza interdittiva nel tribunale di Sassari, gremito di avvocati per le udienze – è stato scongiurato all’ultimo momento (la polizia giudiziaria l’ha raggiunta nella sua abitazione). «Siamo pronti a dare battaglia nelle sedi opportune – conclude il legale – anche nell’interesse di tutti i cittadini onesti, affinché le regole del procedimento penale siano rispettate, soprattutto verso i più deboli e indifesi, spesso privi di mezzi per contrastare le ingiustizie».
 

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