La Nuova Sardegna

«Sulla riforma della sanità la Regione lavora bene»

di Umberto Aime
«Sulla riforma della sanità la Regione lavora bene»

La leader di Civica popolare a Cagliari: «Siamo gli unici ad avere proposte reali I piccoli ospedali sono salvi: giusto difendere le caratteristiche uniche dell’isola»

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CAGLIARI. Beatrice Lorenzin, ministro uscente della salute, è sempre un fiume in piena. Anche se rivela: «Attacco quando mi attaccano. Altrimenti preferisco parlare con la gente e spiegare ad ognuno, con fermezza, perché quello va fatto, oppure è meglio non farlo. Non mi piace imporre le decisioni, preferisco che siano capite e condivise. Ma quando si parla di ospedali e cure, è impossibile non trovare qualche oppositore, spesso neanche sostenuto dalla scienza. L’importante è isolarlo e conquistare invece il consenso degli italiani».

Giuri di dire la verità. La battaglia per i vaccini l’ha vinta o persa?

«L’ho stravinta e non da sola, ma insieme alle famiglie e al mondo scientifico. Abbiamo sconfitto i pregiudizi e soprattutto un esercito di ciarlatani. È quello che, senza veri motivi, continua a schierarsi contro la nostra sacrosanta campagna per la sicurezza dei bambini».

Il 10 marzo scade l’ultimatum: cosa accadrà?

«Saranno sanzionate solo le famiglie che non hanno vaccinato i figli per motivi ideologici. Ci sarà, come avevamo annunciato, un’applicazione severa della legge. Non ci possono essere deroghe quando si parla di salute. Non ci saranno passi indietro».

È in campagna elettorale, alla guida di Civica popolare: perché ha scelto il fucsia per il simbolo della lista?

«Perché mai era stata utilizzato in un’elezione e quindi andava benissimo. Rendeva più allegra una start up della politica com’è Civica popolare. Poi è un colore molto femminile e oggi c’è tanto bisogno di donne in politica. Aggiungo: ogni grande sfida, come lo è la nostra, pretende colori vivi che invitino alla speranza e all’ottimismo».

Dai centristi di Alfano, stampella del centrosinistra, a leader del partito che siede ufficialmente alla destra del Pd. Un bel salto.

«No lo è e i motivi sono diversi. Il primo: i centristi, andando da una parte o dall’altra, hanno perso un’altra grande occasione per riconquistare in piena autonomia lo spazio culturale e politico che ci spetta. Questo messaggio, l’ho lanciato in tempi non sospetti, ma alcuni hanno preferito invece blindare le loro carriere politiche. Hanno pensato a se stessi e non al Paese. Secondo: non potevo gettare via quanto di buono è stato fatto per l’Italia in questa legislatura».

È sicura?

«Lo ricordo a tutti. Nel 2013, eravamo nel pieno della crisi economica. Ora ci sono i primi segnali di ripresa, anche se non siamo fuori dal tunnel. Era ed è quindi giusto insistere sulla strada tracciata dal governo di cui ho fatto parte. Che, ad esempio, nella sanità ha abbandonato la strategia impopolare dei tagli immotivati ed è andata a colpire solo dove c’erano gli sprechi. Ora dobbiamo far sì che il sistema non sia più a due velocità, ma uguale al Nord e nel Sud».

Nell’allearsi col centrosinistra potrebbe avere fatto la scelta sbagliata: dai sondaggi il Pd è dato in picchiata.

«Il voto reale, vedrete, sarà ben altra cosa. Comunque, noi facciamo parte dell’unica coalizione che vuole sostenere la ripresa con proposte reali, con i fatti già fatti, e con quelli ancora da fare. Mentre negli altri schieramenti ci sono troppi illusionisti e da quelle parti piovono solo inganni a catinelle».

Per Civica popolare superare la soglia del 3 per cento sarà un’impresa.

«Sono ottimista e l’entusiasmo intorno a noi c’è. Il 4 marzo le sorprese saranno molte».

Se invece, alla fine, non dovesse vincere nessuno?

«L’ho detto in questi giorni: all’Italia servirà un governo di larghe intese sul modello tedesco e anche da noi i moderati dovranno essere il collante fra le forze promotrici della stabilità e della ragionevolezza».

È di fatto un Gentiloni bis.

«Se dai seggi non dovesse uscire una maggioranza parlamentare, sarebbe la scelta migliore. Un’ottima scelta».

Con il rischio però di governare insieme a chi le ha dichiarato guerra.

«Quello mai. Non sono assolutamente disponibile a far parte di un governo in cui dovessero esserci la Lega, è troppo estremista e andrebbe emarginata, e i Cinque stelle. Sui vaccini il Movimento ha avuto posizioni antiscientifiche e poi sul resto è una pattuglia di inesperti improvvisatori. No, all’Italia serve un governo stabile e sicuro».

Per tutta la legislatura?

«Direi di no. Dopo un po’ bisognerebbe riandare a votare con una nuova legge elettorale, perché è un diritto degli italiani scegliere la maggioranza che lì dovrà governare».

Un successo di cui va orgogliosa?

«Aver bandito i ciarlatani e fatto ritornare la sanità al centro dell’agenda politica e non in mano ai soliti noti. È stato difficile, ma credo di esserci riuscita».

Però aumentano gli italiani che rinunciano a curarsi.

«Oggi dobbiamo essere ancora più forti nello schierarci dalla parte di chi è fragile. Nei prossimi anni la domanda di salute aumenterà del 20 per cento e noi dovremo fare di tutto perché nessuno resti indietro».

Un errore l’avrà pur commesso.

«Il peggiore: essermi fidata di chi credevo amico e non lo era. Ho sopravvalutato qualcuno, ma ho imparato la lezione a mie spese».

La legge sul biotestamento.

«Una grande vittoria di civiltà voluta da un paese civile».

E quella sulle Unioni civili?

«L’ho sostenuta e sono orgogliosa che l’abbia votata il Parlamento di cui ho fatto parte».

Caso Sardegna: la sanità è tutta sulle spalle dei sardi.

«Lo so. Gli accordi con lo Stato sono quelli. Ma è anche vero che c’è un risarcimento fiscale pro capite di 5.400 euro l’anno anche per quello. La Sardegna ha un’autonomia che altre regioni non hanno e credo che finora l’abbia utilizzata bene».

La Rete ospedaliera è ancora all’esame del ministero: perché?

«È in corso l’istruttoria tecnica. Si concluderà presto e l’esito sarà positivo. Tutti mi dicono che il Consiglio regionale ha fatto un buon lavoro di riorganizzazione per migliorare gli standard e diminuire l’emigrazione dei pazienti verso la penisola».

I piccoli ospedali sono salvi?

«Non sono più sotto osservazione. La Sardegna è speciale anche nella sanità ed è stato giusto rivendicare e difendere le peculiarità . Ora il mio invito è questo: far crescere ancora le eccellenze che ci sono e puntare moltissimo sulla sanità territoriale».

I suoi rapporti con l’assessore Lugi Arru come sono?

«Ottimi. È un medico e sa quello che fa. È vero che qualche volta ci siamo scontrati, ma col dialogo abbiamo trovato sempre le soluzioni. Attenzione, stavolta gli devo fare anche i complimenti: quello che la Regione sta facendo contro la peste suina, intendo gli abbattimenti di questi mesi, è eccezionale e sarà decisivo per la vittoria finale».

L’isola di cosa ha bisogno?

«È scontato. Più lavoro e tantissimi trasporti».

Ma da sola non può farcela.

«Lo Stato dev’essere al suo fianco nella richiesta che l’Europa riconosca gli svantaggi dovuti all’insularità senza se e senza ma. Non è una vertenza regionale quella con Bruxelles: deve diventare nazionale».

Se rieletta, ritornerà al ministero della salute?

«Lo spero. Il lavoro da fare è ancora molto e grazie all’esperienza abbattere alcuni ostacoli dovrebbe essere più facile».

Se dovesse andar male?

«Ritornerò a fare la madre a tempo pieno con grande gioia dei figli. Comunque non abbandonerò la politica: continuerò con la passione di sempre e anche una certezza in più».

Quale?

«Che i moderati di centrosinistra hanno contribuito alla rinascita dell’Italia e devono continuare a farlo».

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