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Cappellacci indagato fa lo sciopero della fame

Cappellacci indagato fa lo sciopero della fame

Il neo-parlamentare di Forza Italia accusato dalla Procura: corruzione e peculato La sua difesa: «Un’infamia». Nei guai anche l’ex assessora Zedda: «Sono serena»

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CAGLIARI. Ugo Cappellacci nega indignato: «È un’infamia, quelle persone non le conosco neanche» e annuncia su Facebook lo sciopero della fame contro quella che considera una persecuzione giudiziaria. Respinge ogni ipotesi d’accusa anche Alessandra Zedda: «Non c’entro, sono tranquilla, nessun finanziamento dipendeva da me». Fra smentite e reazioni ballano ottantamila euro, secondo il Nucleo di Polizia tributaria una tangente finita sul conto della società Omen, costituita ad hoc da persone vicino a Cappellacci. Per quella via il denaro sarebbe transitato fino alle tasche dell’ex governatore e neoparlamentare di Forza Italia in cambio di un intervento prima sul manager del fondo scelto dalla Regione per gestire i finanziamenti Por e dopo sull’assessora regionale all’industria Zedda. L’obiettivo: favorire un prestito di 750 mila euro su fondi europei alla società “Fm fabbricazioni metalliche” malgrado non ne avesse diritto. L’accusa, se provata, sarebbe pesantissima: corruzione e peculato, comunque un colpo duro per il leader sardo di Forza Italia a pochi giorni dal successo elettorale alle politiche. È indagata anche la consigliera regionale Zedda ma per un reato meno grave: la sua è considerata una posizione «non centrale». Di certo per adesso c’è l’indagine, partita in sordina nel 2016 con la perquisizione dello studio da commercialista di Cappellacci e allargatasi nei mesi successivi seguendo la traccia dei soldi. Sono stati acquisiti documenti negli uffici regionali, studi professionali, aziende e soprattutto la Procura ha sentito numerosi testimoni. I sostituti procuratori Emanuele Secci e Diana Lecca, titolari dell’inchiesta, non hanno in mano alcuna conclusione e non scuciono una parola su fatti e indizi. Non confermano neppure che gli indagati siano in tutto nove: alcuni hanno ricevuto l’avviso di proroga delle indagini e quasi tutti hanno saputo di essere coinvolti alla lettura del documento controfirmato dal gip o dalla stampa. I nomi degli indagati disegnano l’intreccio dei sospetti: ci sono i commercialisti colleghi nello studio di Cappellacci - Piero Sanna Randaccio e Tonino Tilocca, quest’ultimo ex presidente della Sfirs e dal 2016 a capo della Fondazione Dinamo - e c’è l’amministratore della Fm Flavio Mallus, destinatario del beneficio. A seguire compaiono i nomi di Fabio Sanna e Carlo Alberto Zualdi, amministratore e liquidatore della Fm. Quindi Roberto Bonanni, manager del fondo d’investimento Zernike Meta Venture capital spa. L’accusa di corruzione è ipotizzata per Cappellacci, Sanna Randaccio, Tilocca e Mallus, quella di peculato è condivisa con Bonanni, mentre Mallus deve rispondere anche di truffa e di bancarotta, quest’ultima accusa estesa a Sanna Randaccio, Zualdi e Bonanni. Compare anche il commercialista Carlo Dessalvi, ma in una posizione secondaria.

Tutto ruota attorno al bando della programmazione regionale, anno 2009, per gestire il fondo “Ingenium Sardegna” cui la società Zernike aveva partecipato in perfetta solitudine. Si tratta di 17 milioni cofinanziati in parte dalla Regione e destinati ad aiutare imprese impegnate in progetti innovativi purché avessero conti in ordine e bilanci in equilibrio. Fallita la Fm, la polizia tributaria decide di dare un’occhiata all’insieme delle pratiche di finanziamento per scoprire subito che i criteri sono stati rispettati solo in parte: alcune imprese non avevano i requisiti previsti dal Por 2007-2013. Le tracce portano a Cappellacci, il cui studio viene perquisito su ipotesi di truffa. Tra documenti sequestrati e testimonianze, gli investigatori ricostruiscono i passaggi del prestito concesso alla Fm e sostengono che a fare pressioni su Bonanni perché all’ormai decotta Fm arrivassero i 750 mila euro sarebbe stato Cappellacci.

I passaggi successivi, nell’ipotesi accusatoria, riguarderebbero Alessandra Zedda, chiamata in causa come esecutrice dei mandati di pagamento (lei nega decisamente) d’intesa con Cappellacci. La colpa di Sanna Randaccio e Tilocca sarebbe quella di aver ideato l’imbroglio mettendo in contatto Mallus con Cappellacci. In pillole: la Fm avrebbe incassato la somma grazie a un bilancio del 2011 addomesticato da Mallus per ottenere i soldi e ai buoni uffici degli amministratori di centrodestra. In cambio Mallus avrebbe versato la tangente alla “Omen”, acquisita da Sanna Randaccio per conto di Cappellacci, nascondendola alla voce “finanziamento soci”. (m.l)

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