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Insularità nella Carta la sfida diventa nazionale

Insularità nella Carta la sfida diventa nazionale

Il comitato lancia una raccolta di firme per la proposta di legge costituzionale Adesioni dalla Sicilia e da 36 isole minori. Coinvolti tutti i partiti eccetto il M5s 

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CAGLIARI. L’insularità in Costituzione non è più solo una pretesa della Sardegna, ma anche della Sicilia e di altri 36 isolotti sparsi in Liguria, Toscana, Lazio, Puglia e Campania. Per diventare «una vertenza in cui è la comunità nazionale a dover riconoscere a chi sta peggio il diritto a vivere meglio». Come? Con una proposta di legge costituzionale d’iniziativa popolare da presentare al Parlamento.

Da sabato 7 aprile comincerà la raccolta delle firme non solo nelle isole, ma in tutti i venti capoluoghi di regione, con anche l’aiuto degli emigrati sardi. L’obiettivo dichiarato è raggiungere, in sei mesi, quota 50mila firme, è il minimo previsto, ma i Comitati sono sicuri che alla fine saranno quattro, cinque volte tanto. Solo in Sardegna, a suo tempo, sono state 92mila le firme a sostegno del referendum, poi bocciato dall’Ufficio regionale e su quella decisione pende, si sa, ancora un ricorso al Tar. Ma quella è tutta un’altra storia, perché «oggi la sfida non è e non sarà più solo nostra, ma nazionale», ha detto con entusiasmo Roberto Frongia, presidente del comitato promotore. Da Palermo è arrivato in diretta l’appoggio dei siciliani e da Roma quello dell’Associazione dei Comuni delle isole minori, l’Ancim, che è presieduta dal sindaco di Sant’Antioco e il cui segretario organizzativo e tecnico è Giannina Usai, originaria di La Maddalena. «È l’inizio di un fronte unico e compatto», ha sottolineato il presidente del Consiglio regionale Gianfranco Ganau, per poi aggiungere: «Ottenere l’appoggio di tutti gli italiani darà più forza e sostanza alla nostra richiesta che gli svantaggi si trasformino in vantaggi». Per Alessandra Zedda, vicecapogruppo di Forza Italia «non ci siamo fermati dopo il no dell’Ufficio regionale per il referendum e andremo avanti fino a quando la proposta di legge non sarà depositata alla Camera e al Senato». Il percorso, si sa, sarà lungo, come prevede qualsiasi modifica della Costituzione e in questo caso il Parlamento dovrà votare a favore di un nuovo comma, questo: «La Repubblica riconosce il grave e permanente svantaggio naturale causato dall’insularità e provvede alla tutela dei diritti individuali e inalienabili garantiti dalla Costituzione, disponendo le misure necessarie a ricostruire un’effettiva parità». Che Maria Antonietta Mogiu, coordinatore tecnico del Comitato, ha sintetizzato così: «Affermiamo, con decisione, la necessità di una reale coesione nazionale a favore delle isole finora emarginate». La Sardegna lo è, come ha ricordato Antonello Peru di Forza Italia: «Sulle nostre spalle ogni anno grava un maggior costo che supera il miliardo e 100 milioni di euro». È quel «buco nero» denunciato più volte dalla Regione e che solo in parte è stato colmato col Patto per la Sardegna, perché al di là della Costituzione – lo sanno tutti – spetta soltanto all’Europa riconoscere anche alla Sardegna lo status speciale di regione ultraperiferica. È lo status grazie a cui le Canarie e altre isole hanno fatto la loro fortuna economica e azzerato la disoccupazione. Ma anche questa è un’altra storia ancora tutta da scrivere. Il governo Gentiloni aveva promesso alla Regione di accompagnarla a Bruxelles in «questo cammino fondamentale» per «utilizzare al meglio i fondi comunitari e finalmente non essere più sotto scacco per aver trasformato quei soldi in aiuti di Stato». Farà lo stesso il governo che verrà? Per ora del Comitato promotore non fa parte neanche un parlamentare del Movimento Cinque stelle. E se un domani saranno i grillini governare, qualcuno prima o poi dovrà chiedere anche a loro da parte che stanno. (ua)

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