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Il femminicidio di Dina una ferita ancora aperta

Il femminicidio di Dina una ferita ancora aperta

Il 26 marzo 2008 la giovane madre di Gavoi trovata morta nel bagaglio dell’auto Il marito condannato all’ergastolo come mandante anche in secondo grado

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GAVOI. Dieci anni di assenza feroce per i suoi familiari, dieci anni di vuoto incolmabile senza il conforto di una carezza materna per la sua bambina.

Sono passati dieci anni dall’omicidio di Dina Dore, la giovane madre di Gavoi che in una fredda serata di marzo del 2008 venne trovata morta nel bagagliaio della sua Fiat Punto nel garage di casa. Elisabetta, la figlioletta di appena otto mesi venne trovata vicino al corpo senza vita della mamma. Dormiva, placida e ignara, sul seggiolino della macchina. Inizialmente si pensò ad un sequestro di persona. La famiglia del marito, il dentista Francesco Rocca era benestante e il suocero di Dina, ex medico e sindaco del paese, era stato già due volte vittima di tentativi di rapimento falliti. Il ritrovamento del cadavere di Dina nel bagagliaio dell'auto, dopo diverse ore dalla sua scomparsa, fece pensare ad un ennesimo tentativo finito con l'omicidio della donna.

Ma le indagini degli investigatori svelarono ben presto un’altra storia, ancora più torbida. A commissionare il delitto, almeno secondo le prime due sentenze che presto dovranno passare al vaglio della corte di Cassazione il marito di Dina e padre della piccola. Il volto di Dina Dore, sorridente mentre dondola sull’altalena o emozionata e il giorno del suo matrimonio, è diventato così l’immagine simbolo della violenza di genere. In occasione dell’ultima festa della Donna la giunta regionale ha voluto intitolare la sede della commissione regionale Pari opportunità alla giovane madre di Gavoi. Qualche tempo prima era stata l'amministrazione comunale di Bosa a dedicarle un viale. Anche il suo paese, Gavoi, dove ancora è forte il segno lasciato dall’omicidio che aveva sconvolto un’intera comunità, ha deciso di ricordarla con un convegno dal titolo “Donne uccise: una ogni 60 ore”, promosso dall'associazione culturale Sardegna di dentro. Una delle relatrici è l'avvocato e consigliere regionale Annamaria Busia, che ha scritto la bozza della legge che tutela gli orfani dei femminicidi. Sul fronte giudiziario intanto si attende la parola fine.

Una parola che potrebbe arrivare a breve dai giudici della Cassazione se dovessero confermare le prime due sentenze di colpevolezza nei confronti di Rocca che è stato condannato all’ergastolo come mandante. Un giovane gavoese, Pierpaolo Contu, minorenne all'epoca dei fatti, è stato condannato a 16 anni come l’autore materiale dell’omicidio nei tre gradi di giudizio. La data del processo è stata fissata per il 20 aprile prossimo e in quell’occasione il collegio difensivo registrerà l’ingresso di un nuovo difensore. I penalisti nuoresi Mario Lai e Angelo Manconi che hanno difeso Rocca sinora saranno affiancati dal noto cassazionista Franco Coppi, già difensore tra gli altri di Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi e Sabrina Misseri, tutti processi ad alto impatto mediatico. Francesco Rocca, al termine di un dibattimento carico di tensioni e testimonianze shock, era stato condannato all’ergastolo della corte d’Assise di Nuoro il 4 aprile del 2015 e in secondo grado dalla Corte d’assiste d’appello di Sassari nel dicembre 2016. Alle numerose udienze i familiari della giovane madre, i fratelli e la sorella, non sono mai mancati.

Sono quelle stesse persone che stanno cercando di assicurare un esistenza serena e felice alla piccola Elisabetta, orfana di femminicidio. (g.f.)

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